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Indecidibili sequenze del sempre.

Uno sguardo su “Esilio di voce” di Francesco Marotta 

Qui la scheda dell’opera sul sito della casa editrice e la prefazione di Marco Ercolani

http://www.edizionismasher.it/component/content/article/77/122-francescomarotta.html

1.La catena patemica. Il tempo.

I fattori e gli elementi che concorrono alla configurazione della poetica marottiana sono svariati e andrebbero presi in considerazione prima singolarmente e poi nelle relazioni con gli altri. Si potrebbe parlare di una sorta di catena patemica, e in effetti, a ben guardare, ci sono delle ricorrenze che non esiterei a definire esemplari, talvolta lampanti e, per così dire, in bella mostra, talvolta invece celate all’interno del non-detto poetico. Siamo in presenza (sarebbe più appropriato dire: siamo nell’avvento di una «venuta in presenza») di affezioni e di passioni. Qui si tratta di comprendere l’essenza di un percorso, la natura dell’erranza in cui l’io-particolare cerca di instaurare un rapporto con l’io-universale, o meglio cerca di presentarsi – magari omettendo il suo nome proprio – all’universale per carpirne i segreti e ridefinirsi, ma anche per dileguarsi e sparire. La presentazione di sé è una venuta, è un impadronirsi del luogo. Aver-luogo nel luogo è «venire in presenza». Questo è quello che potrebbe risultare ovvio. Ma anche mettere l’assenza«in presenza» potrebbe entrare a far parte della categoria della «venuta». Cerchiamo di capirci: l’erranza è costituita in egual misura dal qui-agisce e dal qui-giace, non solo dal movimento ma anche dall’inerzia, non solo dal transito ma anche dall’attesa. Marotta, spesso, sembra chiedere tempo al tempo

visitazioni di parole nel tempo

immaginando cosa nascondono

di gesti incompiuti le mani

pietrificate senza lume

quanta l’incuria

in calce ai suoni

ripetuti in forme di abbandono

fino a scoprire il labbro

dove ripara un grido

scampato alle carte della sera

una dimora d’ombre e fortuna

in cui si recitano pensieri

a una corolla il sillabario delle api

udito alla foce del respiro


Se isoliamo alcune parole possiamo riscontrare la presenza di alcune chiavi d’accesso: visitazione, pietrificazione, abbandono, dimora, sillabario, foce e respiro. In soli tredici versi troviamo una sorta di summa atheologica delle (r)esistenze e delle ricorrenze marottiane, una summa che non è sicuramente esaustiva ma che rappresenta comunque una soglia d’accesso alla sua visione del mondo. Come già detto ci troviamo in presenza di affezioni e di passioni. La cosiddetta catena patemica non si esaurisce nel portarsi in fuori, ma si concede il lusso di programmare il percorso in vista di un ritorno non tanto al sé quanto a un qualcosa che ha preceduto l’esistenza di quel sé, un qualcosa che potrebbe essere definito in vari e svariati modi: nulla, origine, chaos (ma ognuna di queste definizioni apre un infinito ventaglio di accezioni), tanto per abbozzare solo tre terminologie.

2.L’avvento della sabbia. La cancellazione.

Alle sette ricorrenze che formano la nostra summa aggiungeremo adesso un ottavo termine, un elemento oserei dire essenziale per avvicinarsi a questa poetica: la sabbia.

impressioni di sabbia nell’annuncio

labiale arrecato dal vento

s’inclina disperso per legge d’isole

e cielo un vapore dettato da tante storie

sfigura a brani il percorso dell’occhio

più spesso il corpo di una parola

porosa che esplode

sanguinante nella mano

 

Se scrivo sulla sabbia una frase e poi vi cammino sopra, le orme dei miei piedi cancelleranno quella frase. La cancellazione non sarà totale e le orme, mescolandosi a ciò che resta della scrittura, daranno vita a un qualcosa d’informe, privo cioè di una forma specifica e riconoscibile, ma allo stesso tempo depositaria di più forme. In quest’ottica l’informe diviene informale. Svela o comunque lascia ad intendere una molteplicità di fondo che è strettamente riconducibile a quelle tre definizioni che abbiamo abbozzato poco più indietro: nulla, chaos e origine. Ed è all’interno di questa morphé informale che le isotopie marottiane ci fanno comprendere che qualsiasi sentimento d’appartenenza non può prescindere da una sorta di disappropriazione. Così all’interno della catena patemica ogni oggetto diventa soggetto, viene cioè dotato di anima propria. E Marotta, scusate l’iperbole, si fa portavoce della loro voce. Non è raro che nei suoidettati ci si ponga all’ascolto della voce di una pietra, di una duna, di un’acqua che fluisce, di un fuoco, ecc. Se ogni cosa ha un’anima, la voce di quest’anima ci permette di entrare in contatto non tanto con la cosa ma con il cuore della cosa. Se poesia significa “toccare la cosa delle parole”, ebbene Marotta ci permette di toccare il cuore poematico di tutte quelle cose che, attraverso il suo tocco, si fanno portavoce di poesia. In questa pluralità di voci, nonostante l’infinita propagazione di echi e di risonanze,  vive una sorta di esilio. Perché? Forse perché la ricerca marottiana verte non solo sulla disseminazione di tracce ma, anche e soprattutto, sulla loro cancellazione. Non a caso ho fatto l’esempio della scrittura sulla sabbia che è, a tutti gli effetti, prima una cancellazione meta-poetica e poi una cancellazione metafisica. Cosa si intende qui per cancellazione?

Bisognerebbe che fosse lo stesso Marotta a rispondere (o a riproporre, in termini altri, l’interrogazione). Noi possiamo abbozzare la possibilità che ci si rivolga al nulla da cui si proviene, a un inizio che prefiguri quei processi che andremo a definire come «spartizioni» e «spaziamenti».

all’inizio è una forma d’onda

una cresta aerea che si offre

alla spartizione del moto poi

il caso che si libera tra ipotesi

ed evento forse la lettera finale

di un ricordo una vela che si oscura

negli specchi franati di ieri

in cambio di un accordo muto

di una lenta consunzione

senza cenere

 

 

Evidenziamo almeno due elementi: la “spartizione del moto” che genera tutti gli spaziamenti a venire, e la “lettera finale”, la parola ultima, quella parola che non sarà mai trovata, non alla fine almeno, ma solo nell’«ipotesi» di un nuovo e rinnovato inizio: l’arco arcuato (“forma d’onda”, “cresta aerea”) ove rendere precario il proprio equilibrio. Non la parola ultima quindi ma, forse, la traccia che dissolvendosi ne conserverà la memoria. Siffatta traccia,  sia incoativa che terminativa, è  effimera. Si consegna all’erranza non per sparire del tutto, ma per rinnovarsi, per risorgere dalla sua stessa cancellazione.

 

3. Fuoco. Cenere. Licura.

Una significativa ricorrenza che certifica il lavoro sulla cancellazione è riscontrabile in un termine che andiamo ad aggiungere al nostro palinsesto patemico: fuoco.

Il carattere fortemente isotopico della poetica marottiana implica la correlazione semantica dei vari elementi e offre la possibilità di una decodificazione lungo una linea (magari non retta, ma pedissequamente e lucidamente smussata) sulla quale l’erranza dell’autore non preclude l’erranzadel lettore. Sia l’asse paradigmatico che quello sintagmatico condividono lo stesso spazio, anzi sembrano spaziarsi. Creano come dei buchi, aggiungono spazialità allo spazio, si declinano anche attraverso effrazioni il cui compito principale è quello di rischiare il continuo rinnovarsi di una delle aporie più ricorrenti e significative: luce / buio.

cammina pensando una deriva

la corrente paziente delle ombre

il suono che trascorre

inascoltato

alle tue spalle immagina

con quale lingua il deserto

racconta la piaga dove premeva

la lama della luce il varco

dove precipita il respiro

di una terra libera dal dolore

del nome

 

 

“La corrente paziente delle ombre” e “la lama della luce” sono qui proposizioni oppositive ma  semanticamente equivalenti perché concorrono alla spartizione e allo spaziamento di un concetto. Ho scelto questa occorrenza perché si confà anche a quanto appena accennato sui buchi e sulle effrazioni : “con quale lingua il deserto / racconta la piaga” ; “il varco / dove precipita il respiro” (ma, naturalmente, le occorrenze in tal senso si moltiplicano a vista d’occhio in tutti i dettati che compongono questa raccolta).

La ricorrenza del fuoco è pressoché lampante: “in lente forme d’incendio” – “per essere ancora fuoco / sotto il foglio che regge il giorno” – “un fuoco che nell’inguine s’accende / come il faro di guardia / a un mare deserto”. E possiamo leggere ancora di un “ritmo del fuoco”, di una “cera bruciata”, della “superficie di una fiamma”, di “fuochi di caduta”.

Ma, al di là delle occorrenze, ciò che vorrei sottolineare è che se il fuoco è luce, la cenere che ad esso sopravvive potrebbe essere considerata come l’elemento che ne certifica la cancellazione. Una doppia cancellazione: il fuoco che distrugge e il fuoco che viene distrutto.

È forse questo il compito della luce?

C’è sempre un dare / ricevere, un agire / subire.

Per dirlo alla Nancy la cenere rappresenta il qui giace del fuoco. Ma è anche vero che in quel qui giace ristagna, solo apparentemente allettata, la possibilità di reiterare il misfatto.

La cenere, come residuo del fuoco originario (della scrittura originaria?), può essere usata come elemento per tracciare una nuova scrittura. Non si tratta di una fenice che rinasce dalle sue ceneri, ma di una fenice che usa le sue stesse ceneri per riscrivere e rinnovare il suo verbo. Un inusitatoverbo di cenere destinato, per la sua stessa natura effimera, all’evanescenza, un verbo conscio del fatto che la sua traccia sarà comunque sottoposta a un’ulteriore cancellazione. Sembrerebbe un gioco senza fine, ma la chiave non è il gioco bensì il senza-fine in cui sfinirsi nella riproposizione  – ad aeternum –  dell’interrogazione.

A questo punto bisogna introdurre anche il procedimento della «licura». Cos’è la licura?

Nell’antica Roma si cancellava uno scritto coprendolo con uno strato di cera, per poi riscrivervi sopra (una sorta di gesto della cancellazione dei codici, dei segni, delle rivelazioni che metteva al bando lo scritto originario per favorire la diffusione del nuovo scritto).

In poche parole: cancellare per riplasmare.

E quella “cera bruciata” di cui si è appena accennato non è forse riconducibile anche a questo?

 

4. Il bianco. Buchi di luce. Sovrascritture.

Jabés: “Un giorno arriveremo a leggere gli spazi bianchi tra le parole, grazie ai quali soltanto possiamo avvicinarle”.

Ho sempre avuto l’impressione che gli spazi bianchi tra le parole marottiane non fossero mere pause del dettato. Quel bianco si concede l’onere e l’onore di farsi depositario del non-detto. Quel bianco si apre accadendosi. Cos’è che accade?

Accade l’accadimento che non è manifestato e che vive all’interno di quei buchi, di quei varchi, di quelle piaghe cui si accennava poc’anzi. Accade la spartizione. Accade lo spaziamento. Accade l’inconosciuto. Accade l’inderogabile, e via dicendo.

È come se quel bianco contenesse i resti di una prima scrittura le cui tracce (impronte), quasi impercettibili, sopravvivono a qualsiasi procedimento di licura. La scrittura di Marotta è, idealmente, sovrascritta sulla scrittura originaria. È questa la sua grandezza.

È difficile trovare una scrittura che cancelli il tempo originario per innestare un nuovo tempo che, a sua volta, tende a ritrovare proprio quel tempo che ha cancellato per meglio cancellarsi. Ma questo è proprio quello che accade, questo è l’accadimento che si apre spartendosi e spaziandosi. Questo è l’accadimento che si consegna, lucidamente, all’inevitabilità di un punto d’arrivo che non potrà mai essere identificato e quantificato.

 

5. L’erranza. Il dono.

Qui si tratta di certificare l’urgenza dell’erranza e di riproporre un’interrogazione sempre ultimama mai definitiva. Una poetica fortemente escatologica, ma allo stesso tempo incoativa. L’ennesima aporia da disseminare. Un’aporia fortemente correlata al tempo e ai tempi in cui produrre transiti ed effrazioni.

Questa poetica difatti non può permettersi il lusso di adagiarsi sugli allori della consueta tripartizione del tempo (passato-presente-futuro).

Non c’è un inizio che non sia ri-cominciamento, non c’è una fine che non si ri-configuri nel senza-fine, non c’è un durante che non si presti ad essere ri-attraversato. L’erranza è pressoché continua ed è condizione necessaria anche per il fluire del tempo.

Sembra quasi che sia lo stesso tempo ad adattarsi al fluire di questa poetica, che tenda cioè a ri-modellarsi sulla base degli elementi che Marotta mette al lavoro.

Questo è forse il dono più importante e pregnante: donare tempo al tempo.

Il tempo nuovo di Marotta è un dono per il tempo precostituito, un presente nel presente, lo è “adesso”, in quell’immediato in cui la scrittura si manifesta, e lo sarà in futuro nella sovrascrittura conseguente alla licura dei testi dell’adesso, e tutto questo sempre all’insegna dell’effrazione, in nome di quell’urgenza che non può esimersi di produrre tagli, incisioni, squarci, di scavare e di aprirsi dei varchi.

solo una maglia slabbrata
uno squarcio nella rete del tempo
incurabile misura del guardare

 

In questo dare/prendere c’è tutta l’apologia del poeta che si priva del suo tempo per donarlo al tempo, o meglio ancora per donarlo al tempo della scrittura e del libro.

 

6. Femminile-Maschile. Il deserto. Il libro.

“La” scrittura e “il“ libro, una disseminazione al femminile in un «corpo» al maschile. Sulla falsariga delle «ricorrenze» che caratterizzano la poetica marottiana penso, come già accennato, alla cenere («la» cenere) e al fuoco («il» fuoco). Entrambi gli elementi vivono in una sorta di corrispondenza biunivoca, in un regime di co-appartenenza; sembra quasi che ognuno dei due serva l’altro. Se il fuoco si fa tramite per la cancellazione, la cenere (le reste, il resto del tempo che fu, che è stato) non si limita solo a tramandarne il ricordo, ma si fa portavoce di una sorta di resurrezione.

Jabès: “Scrivere, scrivere, per mantenere vivo il fuoco della creazione! Far risorgere, dalla quieta notte dov’erano sotterrate, le parole ancora stupite dalla loro resurrezione!”

Spetta alla cenere, in quanto residuo di ciò che fu, il compito di ri-pervertirsi in fuoco, di riscrivere cioè “il fuoco della creazione”, di ri-celebrare il chaos, lavico e sorgivo, da cui la poetica marottiana è destinata e a cui, nella sua erranza circolare, si destina.

Ma il libro è anche luogo del deserto e la cenere che si perverte in fuoco è la luce che lo investe.

Una luce al nero, una luce che accade, che dissemina simultaneamente fuoco e cenere, che non può concedersi il lusso della sola armonia, che è originariamente portata a disseminare e a far parlare l’esilio dei buchi che la contraddistinguono.

Difatti, in questo Esilio di voce, c’è una certa tendenza a evidenziare gli strappi e le strozzature. Gli enjambements si moltiplicano corposi, non tanto per vanificare un’armonia e una musicalità (che comunque persistono e resistono) ma, forse, per far scendere in campo l’impossibilità di un percorso che sia lineare. Si potrebbe parlare di un’erranza claudicante, fortemente aporetica, caratterizzata da un’indecidibilità di fondo che consente ad ogni singolo passo di interrogarsi in sé prima di esportare verso il fuori il contagio dell’interrogazione.

 

7. Spartizioni. Spaziamenti

Abbiamo parlato più volte di «spartizione» e di «spaziamento». Questi due termini rappresentano due accezioni del francese partage che viene generalmente tradotto con «condivisione».

Jabès, in apertura de Il libro della condivisione (Le livre du partage), dichiara:

“Molto presto mi sono trovato di fronte all’incomprensibile, all’impensabile, alla morte. Da quell’istante ho capito che niente quaggiù si poteva condividere perché niente ci appartiene…

C’è una parola in noi più forte di tutte le altre – più personale anche. Parola di solitudine e di certezza, così nascosta nella notte che a malapena è udibile da se stessa. Parola di diniego ma, al contempo, del coinvolgimento assoluto. Parola che forgia i suoi legami di silenzio nel silenzio abissale del legame. Questa parola non si condivide. Si immola.”.

Ora, se è lo stesso Jabès a dirci che non tutto può essere condiviso, non ci resta che agire per propagazioni ed estendere le accezioni di quel partage alla «spartizione» e allo «spaziamento».

La poetica di Marotta non cerca solo la prossimità e il contatto tra l’uomo-soggetto e l’oggetto-soggetto, ma cerca anche di mettere a nudo uno scarto, ovvero il dispiegamento degli scarti che intercorrono tra due soggetti: quello che si presuppone pensante e agente e quello che si presuppone invece privo d’anima e inerte. In questa messa a nudo persiste comunque una volontà di condivisione che implica una «spartizione», ed è per questa ragione che il dispiegamento degli scarti produce uno «spaziamento». In questo spartirsi e spaziarsi Marotta crea i suoi buchi, apre i suoi squarci, mette al lavoro le sue lame e comincia a scavare nel cuore degli oggetti-soggetti con cui si rapporta. C’è quindi un doppio movimento di estroiezione verso l’altro e di inframissione nell’altro. Un movimento che si declina ulteriormente perché quell’inframissione nell’altro serve per ritornare al sé e per innestarvi i segni e le tracce accumulate nell’erranza.

 

8. La lettera finale

Vorrei chiudere riproponendo quella che Marotta definisce “la lettera finale” per metterla sullo stesso piano di quella  che Jabès definisce “parola in noi più forte di tutte le altre”. Entrambe, in un certo senso, non possono essere condivise. Possono solo spartirsi e spaziarsi. Possono solo immolarsi al loro destino di luce. Possono solo consegnarsi alla «venuta in presenza» della cancellazione.

(Enzo Campi – Reggio Emilia –

prima stesura Febbraio 2010 – ultima revisione Ottobre 2011)