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Il rumore dell’assenza di rumore

(Riflessioni su Sequenze di vento di Giorgio Bonacini 

Vincitore del Premio Giorgi 2011)

 

Io credo che il vento sia in prima istanza una sorta di incombenza, un’incombenza d’aria che tutto conduce e trasporta.

Ma non è questo il suo unico aspetto. In seconda istanza bisogna considerare le azioni che questo vento esercita, ovvero: i gesti di cui si fa portavoce: coprire, dissolvere, disperdere, azzerare, ma anche  rivalutare, ridefinire, correggere, confondere e amalgamare.

Ci sono quindi diversi movimenti che Bonacini mette al lavoro in quest’opera.

Parlando di movimenti dobbiamo parlare anche di transiti, o meglio di «passaggi». Passaggi leggeri, ma ambivalenti, che tendono ad equiparare peso e pensiero facendoli scorrere insieme sulle stesse linee paradigmatiche e sintagmatiche. In un continuo,  altalenante «gioco al massacro» (ma qui il sacrificio è essenzialmente salvifico), sottrazioni e aggiunzioni sembrano viaggiare all’unisono declinando le varie «sequenze di vento», ovvero tutti i vari aggiustamenti di percorso che l’erranza letteraria impone come necessari.

L’aspetto arioso e areale, direi anche volatile, e quindi che tende ad una sorta di dispersione, lo ritroviamo per esempio in proposizioni come “L’aria sventola”, “un nome ventosissimo”, “la materia in volo”, e anche in termini come “vapore”, “nebbie indelebili”, “ritmo fumogeno”. Non posso evitare di pensare a Barthes e a quello che lui definiva “il brusio della lingua”.

“Il brusio è il rumore di ciò che funziona bene. Ne deriva il seguente paradosso: il brusio denota un rumore limite, impossibile, il rumore di ciò che, funzionando alla perfezione, non fa rumore; il brusio è l’evaporazione stessa del rumore: il tenue, il confuso, il tremulo sono percepiti come i segni di un annullamento sonoro. Il brusio viene dunque dalle macchine felici” (R. Barthes, Il brusio della lingua, Einaudi, 1988, pp. 79,80)”

Sequenze di vento è, a tutti gli effetti, una sorta di “macchina felice”, funziona alla perfezione, si concede il lusso di far “evaporare” il senso in modo che ogni sua piccola particella possa rigenerarsi in termini altri o che comunque possa offrirsi come tramite per una prosecuzione. Io penso che ciò avvenga a causa della neutralità che l’autore si impone come condizione necessaria per il fissaggio della scrittura sulla carta. Ma anche qui – sulla falsariga della «riconciliazione dei contrari» – il fissaggio perde la sua connotazione di ultimità, sembra quasi sfiorare il supporto, come se aspettasse un’ulteriore folata di vento che possa condurlo altrove, che possa riproporne il passaggio o, se preferite, l’attraversamento.

Non a caso nella postfazione all’opera, Ercolani  parla di “una posizione neutra, impersonale dell’autore, che mette l’io tra parentesi e si limita a correggere il silenzio che lo circonda con lievi parole”.

In un passo del libro di Bonacini possiamo leggere “da un vento costretto a un disastro che riempie di sé il suo riparo e confonde la lingua, la terra”. Ora, se le parole lievi cui accenna Ercolani possono essere ricondotte al brusio della scrittura, il disastro – che è sì un carattere di ultimità, di finitezza – può essere ricondotto anche al principio, a quella originarietà cui spesso Bonacini sembra tendere la mano. Ma non stiamo parlando di una catastrofe, il disastro è il tramite che permette a Bonacini di “confondere la lingua” ovvero di misurarsi con quel silenzio originario (lo stesso Barthes precisa che “il brusio non è altro che il rumore di un’assenza di rumore”, e Bonacini sembra proprio farsi portavoce di questo concetto) da un punto di vista neutro (di blanchotiana memoria), perché solo un tale atteggiamento gli permette di correggerlo, o comunque di tentare la sua ridefinizione, ovvero ancora di sospenderlo, di renderlo areale. Non a caso le tre sezioni in cui viene scandito e campionato il libro sono titolate : “Sequenze di vento”, “corpi sospesi” e “svaniti”, ovvero arealità, sospensione  e dissolvimento. Resta da precisare che la sospensione che qui si vagheggia è da intendersi anche e soprattutto come epoché, ovvero come “sospensione del giudizio”, in quanto Bonacini non si arroga il diritto di arrivare ad un’unica conclusione, di mettere sul piatto un dogma, né tanto meno di professare una verità che valga per tutti.

In questa imperante e necessaria dispersione c’è un elemento ricorrente, non un contraltare ma una sorta di complemento: la luce. Questo vento, questa lingua lieve e confusa, va incontro alla luce o comunque rincorre la luce, come se la luce fosse la sua destinazione finale. Ancora una dispersione, se volete, perché andare incontro alla luce significa anche consegnarsi all’abbacinamento e alla sovresposizione. Ma attenzione, questa dispersione della cosa poetica prima di consegnarsi inerme all’avvento della luce, delinea, figura e sfigura tutto l’itinerario di un transito talmente ricco e pregnante di sollecitazioni, moltiplicazioni dei luoghi, punti di fuga, in uno sguardo che sarà, a detta dell’autore, anche finito e limitato, ma che non cessa di sfinirsi e di riproporsi, sempre uguale e sempre diverso, si potrebbe dire: differenziato nella ripetizione, nelle minime variazioni che non mutano le intenzioni ma che caratterizzano e ridefiniscono – lievemente – le modalità attraverso le quali le intenzioni vengono messe in versi e si affidano al vento come tramite ideale per consegnarsi al loro destino di luce.

(Enzo Campi, gennaio 2011)

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Selezione testi

Un ritmo fumogeno, sfuso, disciolto
nel vanto di un’arte che guarda
attraverso il riverbero estivo

e impone sugli occhi ciò che una pietra
conferma e disegna ai confini di te
solo spazio di senso e silenzio.

Ma è tutto un altrove ribelle, una linea
che storce, che sfiata, che sfuma

in un verso ogni nostra clausura
una semplice forma, un tormento, una linea
di freddo sbagliata che inganna

*

Si è arreso a mezz’aria
l’abbraccio del suono – un groviglio
insensato nel limite esteso
che chiude e dischiude con te
implacabile arbusto
tormento che bruci e contempli
l’idea che non sia ancora nata
un’idea sul tramonto –
sospendi il tuo sguardo a un’altezza
severa che dica di più
su quell’aria che basta a formare
una vita o un contorno invidiato di luce
e spavento, un ronzio di formica.

*

E’ così che si vede
una nebbia – a partire dal fiume
che passa e riparte da qui
dal fantasma descritto in un vortice
a trama disfatta, sfinita
in attesa di ciò che sospetti
sia l’eco di giugno –
il calore che sale indovina
in silenzio la forza di un nome
esalta le cose e incendia di sé
una grammatica storta
la grandine forte tra i lampi
caduta – e da un ragno assorbita

***

Qui la prefazione  di Mara Cini

http://www.anteremedizioni.it/giorgio_bonacini_sequenze_di_vento

Qui la postfazione  di Marco Ercolani

http://rebstein.wordpress.com/2011/11/14/sequenze-di-vento/