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sussurrati bagliori che la fortuna tende o insidie
di stelle e spine a pelo di un bocciolo di polvere
decifrando estasi di spighe più di quanto s’accima
al regolo pulsante delle dita ma nel dolore invoca
all’orizzonte fari sentenziosi in vigili mutazioni
di luce steli di rupe estranei a pratiche di tagli
se piagata d’ombre sommersa è la parola in ludi di
sonno le labbra sfibrate tra ipotesi d’inchiostro
*
pavesati di silenzio come ombre di alfabeti scaduti
maschere d’innocenza sul volto per approdare da cieli
inabitabili alla pietra al sommo di luminarie rossostella
dove scorre la voce declinando in radure di lampo
e la morte si perde in calligrafiche pose di memoria
né alcun mesto respiro un raggiro di lama dà credito
all’alba tra ruote stridori bottiglie incendiate di sere
non saprei se mi leggi segnando con frammenti di calce
l’inverno che naufraga a vista sul foglio imperfetta
presenza poi simbolo cicatrice del bianco sutura d’un grido

*
dimore di ogni possibile tempo vi piega dura l’ala
se l’unica pupilla s’inoltra di soppiatto tra anima e carne
vi insinua stimmate e distanze e prossimo un cadere
dalla rosa di venti illuminati da ostinate cecità il prima
è un corpo segnico radiante una piuma riemersa
frugando le ossa e incensi al varco di muschiose estati
ma ci separa il vetro azzurrato di una parola fuori quadro
imbarcata d’incanto sotto la costellazione di un grido

*
si riduce negli angoli diseguale non essere del giorno
nitore senza durata raggrumato in trasparenti epigrafi
labiali assiemato lungo i margini di mappe in precario
equilibrio ma ignoto alle forme del suo nascere delira
profili abissali di sfingi sabbiose racconta derive di
assenze secolari il mutevole dire di arbitrari possibili

*
poi incontri la tua immagine franata in rivoli di polvere
come riflessa per malattia di specchi acrobata di abissi
in tentazioni alcoliche con dentro mute di ordinari giorni
in sottofondo musica di clorofilla a turbare il ciglio
ora che fissi il mare e a ogni accenno di vela svanita
riconosci nel palmo il morso di lingue di rogo il mare
che tace assorto nell’eco della tua obliqua molteplice voce
*
(Francesco Marotta – da Postludium – Anterem, Verona, 2003)