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Nell’inallocabile

alchimia orale

d’un digrignìo

preposto all’ira

nella bile

che inonda

l’esofago

e rinviene

al palato

ristagna

un gloglottio

impastato e retroflesso

votato al riflusso

e alla mancanza

in cui immolare

il discernimento

Vi si cerca

il precipitato

vi si vede

la scia rilucente

nell’andirivieni

degli atomi fluidi

che conferiscono

un nome

al flusso amniotico

imperlato di seme

Ancora un lessema

lezioso tettema

d’artaudiana memoria

per vanificare

l’oblunga pioggia

degli avverbi

sventrati

in un niente di fatto

che s’insinua d’intorno

e solo ammicca

la ricca scorpacciata

in cui ammonire

l’amica lingua

al già mai leccare

Vi si imprime

il segno

di una guaina

famelica

di una viscida

faina

che tutto raccoglie

e sistema

nel suo ricettacolo

Vi si staglia

l’ombra

che invade

la soglia

e scava

nella chora

per arrivare

alla faglia

ove disegnare

la crepa

e innescare

l’oscillazione

Ancora un’isotopia

a inghirlandare

l’implausibile

placenta sintattica

che a tutti piace

ma non induce

il godimento

se non nelle sillabe

laccate

che si rendono

legnose

per meglio colpire

l’idea di un simulacro

che sempre

avanza

e si fa strada

nel limbo

ove ci si attende

alla fuoriuscita

del pronome impersonale

Vi si impianta

l’idea

che questa

non sia poesia

semplice semplice

così inscritta

e vociata

in claudicanti

dettati

che si aprono

dalla loro sorgività

verso il magnifico velo

attraverso il quale

s’intravede

lo zoppicare

di quell’Edipo

escluso

dalla sua famiglia

invaginante

e condannato

a disseminare

il suo occhio cieco

sulla terra gravida

di spietati oracoli

 

   Verseremo gusci d’uovo

   a rivestire il corpo

   d’una risibile corazza

   e ci piangeremo

   porgendoci verbi

   da soffiare

   nel limbo dell’intangibile

 

 

 

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