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C

cascato è il cavo cielo & la cometa

cresta è di notte croste & cruda creta:

celibe è il cosmo, in chiara crisi cronica,

cubo cilindro & circumsfera conica:

crocida il corvo, cuculia il cuculo,

chiucchiurla il chiurlo & crepita col culo:

cecato mi è il colòn, cacato ho il cazzo,

chiudi ‘sta cantilena, can cagnazzo: 

N

nato mi è un nuovo naso tra le natiche,

nudo di nude nottole neomatiche:

nidi di nervi & natte naturali

negano nevi a notti di natali:

naviga, nostra nave, in nostalgia,

necrosi è nebbia & nafta è nevralgia:

nuota il nonsenso tra il nons^ & il nonsò,

nero su nero, & niente, & nulla, & no:

V

voi che vegliate al vento dei miei versi,

vulvacce vispe, vergini a vedersi,

vulgivaghe, vassalle, vampiresse,

viri vani, veroniche, vanesse,

vite di vespa, vegliarde, vistose,

vati vibranti, vedove, vogliose,

vip voronovizzati in veli & in voti,

venite ai vermi dei vulcani vuoti:

(Edoardo sanguineti, da “Alfabeto apocallitico” -1982,

in id. “Mikrokosmos” – Poesie 1951-2004, Feltrinelli, Milano, 2004)

*

Immense Vétérinaire de la Vache

Grande qui beugle fadasse

en trachée somatestésiale

par prévénance lésinée

et démonicité en vestie

du Paysage défaillant

pour, obviam Carmelo un aëra, pour

le Grand Jeu en brides

de la Suggestion, pour le Je Grand

en bribes d’A mour murmures

tout ou vert tout ou l’on voit,

de l’A rbre eau imaginaire trémie:

au feuillage no cturne habillé

caressant rongé assoupli sur fixité de fougue,

sembra tutto così, ma succeed per sottile

indulgenza, e insieme non succede, ma si spalanca

a stuolo colorito cangiante cagionevole

di vocali marinate o convocate o contestate; a

spargere sementi della intransitiva

idolatria, eidololatria, ehi!

*

poupées drolatiques en masques interdites,

voix de Matière séduite par scissures

voce di sedotta Orma, voce di fluida Grinta

per rigenero e scorporo dell’Orgasmo

iconico, sfranto in hypotipòseis,

l’Andirivieni in Epitenusa è da trovare al culmine, sparito

da cellule in cellule levigate poliedriche,

in rito di genuflessioni di mirabunda

cecità, mirabilis Unda quando leva

la vulva vanesia dell’eidolon labiale,

come una bella Preda e respirosissima vela

equilatera, la cedola dei lessici carogne

fitti fitti come le trecento pareti della cynara solymus

e venerare the Queen of the incarnadine

Death, incarnadine Death of Star,

lei stessa, la medesima, e insieme

sa ma ri t’haine, jaspure de haleine

euchariste, mari tène, samaritaine. Gouffre diadème

s’amar item, triage de ténia, elle même

la Voix, elle là, elle mêne

en érème en hérésie en herbe autres,

elle meme, seu ipsa ipsaque salus

animae animatae salus eremi

jardin du délire autre du repas du trépas

illa ipsaque Comestibilitas Undae

illa Grandis imaginum Unda voculata,

vox hi hi, vox hi fi, vox hieroglypha

vox labilis, vox lubidinis, vox labyrinth

*

conviene di voce alla criniera immature, demetriaca,

della tua voce.

Bene! bene! Bene dicas illud Benebene

in venis ultimis, in vanis ultimis, in ultimatis vocibus:

Bene è il

non causato, l’histrio aeternalis, da Eleusi,

ma causante memoria pluviale giudicata

a convegno, a scomparti, a ritrovi, a segreti menischi

rotanti, giuturna giovenca giovenile

da celebrare come corpus simulans atqui dissimulans:

denti sangue frusta fianchi

i lampaneggi delle arcaiche cinerule aggressioni,

libellule fastose, grovigli scosciati, sgrovigli, e smerigli

di glottidi ammainate, mai nate,

in infinite ugule pendule nodule,

dove cuce e ricuce l’Ideogramma d’Allarme,

Dilettoso della Grazia Erratica in pendii di effigie,

dell’Invocazione a Delta del trans-

alimento impeccabile, sutura più negra

della Prossimità/Corporeità illividita innumerabile

in formula di mistero di Cerimonia parthenia,

da Eleusi, spiga parthenogenica, proprio detto

Ear Reclining, in una

parola sola solitaria unica

non conoscibile, suffragata a tutela

di non conoscere, di non abitare, di disapparire

(Emilio Villa, da Letania per Carmelo Bene, Scheiwiller, Milano, 1996)

*

Non tornerò

 

 

Non tornerò.

Sui ponti infuocati

d’estate

brilla la luna

brillano scarpette a strisce

si

vedono sulle

piazze gelide e deserte

d’inverno l’incuria

di essi per il tempo sarebbe

un buon inizio

ma sotto il senso climatico

la sua angustia

l’ho promesso,

non tornerò mai lì.

Contro vado

e dirimo

dirimpetto

all’abisso fornace

che singulto

da singoli avvicinarsi

avercelo

condizionato nella mente

il tempo rotto

il tempo consumato

siamo a prestito

adesso.

La notte solitaria adombra

questo suono che è già

del novecento

cosa fanno le piccole perle

imperlano

noi che sudiamo

da tutti i pori tristezza

che falsariga

di spots inarresi.

Ci sarebbe un altro percorso

da fare

lungo difficile impervio

deglutante

per mandare

giù

la saliva

il fiele

bocconi

che a volte càpitano

càpitano a volte.

Note tutte in basso

abissali deteriorate

l’aria è rovente

quando ti brucia

l’amaro sole in nero.

Spille spiragli

coppale

acre l’incenso sandalo sparge

tutti

in piedi

come fiori infilati

nella loro ascesa l’altezza

del distendersi

del dispiegarsi.

(Patrizia Vicinelli, Opere, Scheiwiller, Milano, 1994)