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Ripassata al tegame
l’ostia santa si scioglie
in rivoli di sangue
dolciastro oltre la soglia.

Ma i capelli a raggiera
dissero la mia sorte
se un’ascella leggera
è intingolo di morte. 

*

Deposita Calipso
i suoi slip sulla sponda
del letto – quasi un lapsus
dopo una pausa – spende

un sorriso sull’esito
prevedibile in tali
sperperi – affida all’alito
la collana di opali.

*

Affiorano sull’anca
i segni dell’elastico
se sfila la filanca
col più magro dei gesti.

Luccica nero il crine
ricciuto – a un tratto estraneo –
quando amore s’incrina
nel suo cranio di cane.

*

Siede irritata e ride
sul bordo della vasca
un pesce a scaglie d’iride
affondando s’offusca.

Con la mano nell’acqua
inargenta le unghie
chi era in visita tacque
e si morse la lingua.

Mi sveglio sulla paglia
a notte alta – discende
una piuma e s’impiglia
dove il fiato l’attende.

Una lanterna si alza
diradando l’oscuro
batticuore – rimbalza
un dado sul tamburo.

*

La giornata s’è arresa
innanzi sera – i gomiti
sulla pietra corrosa
mettono in riga i gemiti.

Sulla riva sinistra
del fiume dietro i pali
dei platani una giostra
astrale ci fa vili.

*

Fuori piove se piango
senza sedermi senza
causa apparente spengo
la cicca lentamente
più che piangere spingo
lacrime sulla pelle
percorrendo la stanza
quanta è larga da un angolo
all’altro vanno lente
quelle gocce ingranaggio
più logoro che blando
le sento sulla lingua
certo non me ne viene
il minimo vantaggio
solo un odore d’acqua
piovana intrisa a cenere.

*

(Toti Scialoja, da Scarse serpi, Guanda, Milano, 1983)