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Non quella porta.
E in altra che io aprivo,
la parete di vetro sul giardino, il canto
d’usignolo simulato, se mi sedevo con la cuffia
accanto alla figura divisa dall’albero… 

E bianco il mare che lambiva i vetri se di viaggi
remoti sognavamo i piedi nudi e vivi sui tappeti,
la calda luce a inseguirli, più calda nell’artificio
del sole: abbronzati.

Non quella porta.
L’altra che s’apriva, era la stanza
di mammelle bianche, le madri al centro a dondolare
l’anca, i bimbi rosa a frotte ad assediarle, l’uomo
fuggito con i corni a caccia.

Se mai volevo, là c’era un bordello, dipinto con le scene
dell’amore: giochi di donne, uomini in calore e mille
occhi ad assistere agli atti, angeli vecchi col sesso
di pietra, teso in perenne, affannoso anelare.

Con la tuta d’amianto fino in fondo volli sapere cosa
fosse il male, calarmi accanto all’angelo più sordido,
coi piedi nella merda. “Per forza si è santi…”

Non quella porta.

E sempre vi sostavo, mentre nell’altra
stanza melodiosa Marcel sputava sul corpo materno
che fioriva d’incanto nella rosa. Tutta smarrita
non giungeva al bacio sopra le molte scale della vita?

Oh, quella sala dove la Poesia rideva nuda, campanelle
ai polsi, ai piedi ansiosi, a volte ci pioveva dal soffitto
l’immagine proibita, la tentazione rifiutata in vita: scegliere
quel leggiadro paravento col principe dei gigli, a baionetta
il sesso che puntava contro il tempo. E quanto risi
della mia purezza, quell’essere di me, quel dare tutta
l’anima bella che mai non ha fine e rifiutare un’unghia,
una carezza onde con furia ridussi la donna a pensiero
invincibile, salendo alla chiara coscienza di me stessa.

Ma di miseria io tremavo all’erta per l’ultimo Dioniso redivivo:
il mito atroce che vende e che compra.

Aprii la stanza dove il paradiso aveva luce
immortale, per cui misi gli occhiali a non essere ferita.
Un attimo… che ancora la mia morte è solo vista nella stanza
chiusa, mentre mi guardo immobile, volando, ma non ti dico
il senso della vita, è proibito ascoltarlo.

No, quella stanza!

È ora di finirla, quella stanza va aperta
finalmente, perché vietarla se ho vissuto tutto, curiosa,
nella mente?

(Maria Grazia Lenisa, Non quella porta,
in id. L’Agguato immortale, Bastogi, Foggia, 1995)

L’Agguato immortale che dà il titolo al nuovo libro poetico di Maria Grazia Lenisa, contiene in sé, emblematicamente, i due aspetti fondamentali di un’opera che è sotto il segno di una continuità che si ripega inquietamente su se stessa, ha ingorghi, ripensamenti, slanci di perpetuati trionfi, improvvise voragini di mistica contemplazione, riprese altrettanto intense e violente di visionarietà erotica: c’è, insomma, l’immortale riproposta della vita che si ripresenta in scena, si moltiplica, si rinnova, si reinventa nella parola poetica che splendidamente ne crea le immagini per poi specchiarle e, così fatte pure e sublimi, offrirle alla contemplazione del lettore, infinitamente arricchendone l’esperienza, la gioia, il piacere dello sguardo, e c’è l’agguato, che è quello della poesia, anzitutto, sempre pronta a cogliere nella rete l’autore, a obbligarlo a servirla, a proclamare di fronte al mondo, al tempo, alla morte, la necessità, l’infinita durata, la capacità di fenice che rinasce non dalle proprie ceneri, ma dal fuoco inesauribile di chi, come la Lenisa, la incarna totalmente, nel gioco come nell’angoscia, nell’ironia come nella purezza suprema della grazia della visione. C’è, tuttavia, molto di diverso qui. Anzitutto, è lo spostamento dell’orfismo, da sempre struttura dell’invenzione poetica e della concezione di Maria Grazia Lenisa della funzione e della ragione della poesia, verso le più ardue sorgenti, cioè come ricapitolazione della storia umana. Per questo, circola nella raccolta, a tratti interrotta, ma poi di nuovo ripresa come dopo una pausa di meditazione, di riposo, di sguardo su sé e sul potere straordinario della propria capacità di creazione di miti e sogni, il racconto della vicenda esemplare dell’uomo, dalla creazione alla tentazione, dall’eden alla pena, fino al nodo decisivo del riscatto in Cristo, cioè nella sofferenza, nel sacrificio, nella morte, ma vista nella luce di un amore che, come in tutte le esperienze di poesia mistica, ha forti impronte di carnalità.

(Giorgio Barberi Squarotti)

*

Se riprendere l’io, porlo
nel centro,
blandirlo, dargli forza o dirgli addio,
l’assale il dubbio che, sottratto a Dio,
cosa vi resta se non il suo raglio,
un errore d’accento oppur congiunto
nel tratto semantico, s’illude ancora l’io
d’essere dio, mortificando nel turgore
lirico la voce del creato.
Giova ai tramonti,
agli astri, alle creature (io vedo, sento,
tocco, io respiro), se dietro non ci fosse
il grande errore di quel cosmico Nulla
che soccorre la fede del fanciullo. L’io
de-relitto è diventato il mondo (pietra,
creatura, vegetale) ed urge nella prima
persona il declinare la ressa dei pronomi.
In vece tua, in vece loro parlo, quasi confusa,
riproposto l’io, già fatto abnorme, su registro
umano. Così l’essere lirico compete a un io
ch’è reso estraneo, solo Voce, contaminata
da tutte le voci.

(Maria Grazia Lenisa, Verso un lirismo nuovo,
in id. L’Acquario ardente, Bastogi, Foggia, 1993)

La nuova raccolta poetica (“L’acquario ardente”) è, infatti, del tutto diversa rispetto a quelle precedenti, remote e recenti: anzitutto, perché è, fondamentalmente, un ininterrotto discorso religioso. Certamente, la religiosità che Maria Grazia Lenisa raffigura, non è tanto quella dello spirito e della preghiera, quanto quella che si incarna fortemente nella vita, nelle esperienze dei sensi, nelle visioni della carne, nelle situazioni che continuamente si inventa, a contatto con la crudeltà dei tempi della storia e dell’esistenza, la straordinaria tensione allegorica che è figura costante di questa poesia. Voglio dire che la religione (il nome di Dio, soprattutto) è posta a contatto e in contrasto o, meglio, in alternativa dialettica con le immaginazioni dei sensi. Dio è chiamato a confrontarsi ora con la crudeltà della vita, ora con lo splendore della bellezza femminile, con la squisita eccitazione dei sensi, soprattutto con la capacità della parola di fare concorrenza continua all’opera della creazione, ricreando senza fine momenti, situazioni, personaggi, pensieri, agi e affanni. Per questo tanto spesso la poesia è fatta oggetto del discorso: sia come ipostasi assoluta della bellezza, sia come colei che sa far apparire davanti agli occhi stessi di Dio la fantasmagoria delle immagini che aggiungono la loro presenza a quanto è dato dal gesto iniziale della creazione divina e accrescono la realtà del mondo, fanno concorrenza a Dio, secondo la formula dantesca dell’arte interpretata nella poesia dalla Lenisa (qui, in senso specificatamente estetico) che è “a Dio nepote”).

(Giorgio Barberi Squarotti)

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