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Il volto umano è una forza vuota, un campo di morte.

La vecchia rivendicazione rivoluzionaria di una forma che non è mai corrisposta al suo corpo, che era partita per essere altra cosa dal corpo. È perciò assurdo rimproverare di essere accademico a un pittore che attualmente si ostini ancora a riprodurre i tratti del volto umano così come sono; poiché così come sono non hanno ancora trovato la forma che indicano e designano; e tracciano ben più che uno schizzo, ma dal mattino alla sera, e nel mezzo di diecimila sogni, pestano come nel crogiolo di una mai stanca palpitazione passionale. Il che significa che il volto umano non ha ancora trovato la sua faccia e che sta al pittore dargliela. Ma il che significa che la faccia umana così com’è la si cerca ancora con due occhi, un naso, una bocca e le due cavità auricolari che rispondono ai buchi delle orbite come le quattro aperture della tomba della morte che è prossima. Il volto umano porta infatti una specie di morte perpetua sul suo volto che sta appunto al pittore salvare rendendogli i propri tratti. Dopo mille e mille anni infatti che il volto umano parla e respira si ha ancora l’impressione che non abbia ancora cominciato a dire ciò che è e ciò che sa. E io non conosco un solo pittore nella storia dell’arte, da Holbein a Ingres, che, questo volto d’uomo, sia giunto a farlo parlare. I ritratti di Holbein o di Ingres sono dei muri spessi, che non spiegano nulla dell’antica architettura morale che si inarca sotto gli archi di volta delle palpebre, o si incastra nel tunnel cilindrico delle due cavità murali delle orecchie. Il solo Van Gogh ha saputo ricavare da un volto umano un ritratto che sia il razzo esplosivo di un battito di cuore scoppiato. Il suo. La testa di Van Gogh col cappello floscio rende nulli e non avvenuti tutti i tentativi di pitture astratte che potranno essere fatti dopo di lui, fino alla fine dell’eternità. Poiché questo volto di macellaio avido, proiettato come per un colpo di cannone sulla più estrema superficie della tela, e che d’un colpo si vede arrestato da un occhio vuoto, e rivoltato verso il dentro, svuota a fondo tutti i segreti più speciosi del mondo astratto in cui la pittura non figurativa può cullarsi, ed è perciò che, nei ritratti che ho disegnato, ho evitato innanzitutto di scordare il naso, la bocca, gli occhi, le orecchie o i capelli, ma ho cerato di far dire al volto che mi parlava il segreto di una vecchia storia umana che è passata come morta nelle teste di Ingres o di Holbein. Ho fatto venire talvolta, a fianco delle teste umane, degli oggetti, degli alberi o degli animali, perché non sono ancora sicuro dei limiti ai quali può arrestarsi il corpo dell’io umano.

Io ho d’altronde rotto del tutto con l’arte, lo stile o il talento in tutti i disegni che si vedranno qui. Voglio dire che guai a chi li considerasse come opere d’arte, opere di simulazione estetica della realtà. Nessuno di essi è un’opera in senso proprio. Tutti sono degli schizzi, voglio dire dei colpi di sonda o di maglio dati in tutte le direzioni, secondo il caso, la possibilità, la chance o il destino. Non ho cercato di curare in essi i miei tratti o effetti, ma di manifestare in essi delle specie di verità lineari patenti che esprimano lo stesso valore sia attraverso le parole e le frasi scritte che mediante il grafismo e la prospettiva dei tratti. È perciò che molti disegni sono un miscuglio di poesie e ritratti, di interiezioni scritte e evocazioni plastiche di elementi, di materiali, di personaggi, di uomini o di animali. È perciò che bisogna accettare questi disegni nella barbarie e nel disordine del loro grafismo «che non si è mai preoccupato dell’arte» ma della sincerità e della spontaneità del tratto.

(Antonin Artaud, Il volto umano, 1947, scritto come prefazione a una mostra dei suoi disegni. La versione qui riprodotta è estratta da AAVV, Finisterre, N° 1, autunno inverno 1985, Elitropia edizioni, Reggio Emilia)