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Da  7 Magnetico (1969)

Se vuoi andare alle origini

 

 

 

Se vuoi andare alle origini (delirio nero la
ragione bianca) devi proprio fermarti
contemplare è dei pigri       sentire
lo scorrere del sangue         vanità dei gesti
ma forse       alla fine (non si sa mai)
puoi giungere a qualche verità
per esempio      questa: se affondi
l’occhio della mente
tu vedi bianco il delirio     la ragione
nera     oppure questa: vuoi cogliere il
centro dell’esistere
ma quando sei al centro
vedi aprirsi una folla di altri centri
l’universo si moltiplica (lo spazio-tempo) e

la ragione è delirio     lo scorrere caldo del sangue

Da Mâd (1970)

Il grido

 

 

 

 

Il grido della madre alla petraia
sopra gli occhi del figlio
bianchi nel sangue!

La siepe delle notti è diffidenza,
gli occhi attorno al morto
si guardano all’alba taciturni.

Il sangue dell’innocente
invoca nelle sere nuovo sangue
da padre in figlio.
Il silenzio chiama i secoli al lamento,
della madre, sulla petraia bianca

*

Il groviglio
 
Dentro livida sacca io porto la foresta
di altre vite in esilio, risacca
improvvisi risvegli.
I fiumi oscuri passano da ombre
di atomi astrali viaggi nei millenni
per queste dita scarne:
l’impronta della mano già risuona
di sospese voragini.

Groviglio sempre in bilico
l’ossario del tempo.

Mi avvolge il notturno sudario
marea delle origini:
i suoni degli astri che girano,
stridori in altri cieli
i suoni dei pianeti dentro gli atomi,
la tastiera segreta.

Chi calmerà l’angoscia
del fanciullo tra i muri?
Crudeltà in fila di vetri
contro le isole ignote.

Viaggiano i grattacieli
nella curva sospesa
e quest’arsura cupa senza vento:
ascolto i sonni delle pietre bianche.

Distese abbandonate in altre vite
impronta chiusa
le foreste camminano si scontrano
scheletri di metropoli, colate
di acciaio i fiumi luce raggelati.

Il groviglio smarrito
groviglio ai precipizi,
i miei occhi non toccano
la lucertola morta nel cemento:

in me vivono ancora gli antenati
i selvaggi le belve
alberi nel sonno
delle nebulose.

Ali senza cielo sbattono
dentro gli spacchi,
scialbe lapidi: l’ansia del cespuglio
scoppiato tenerissimo al cemento
sotto il piede che passa,
follia liscia dell’indifferenza.

Datemi un punto fermo, solitudine
sui nudi precipizi:
dove cade, dove, l’universo
quando non gira più? Ellissi fluida
la macchina è sospesa. L’acqua chiara
lusinga da millenni: la scogliera
soggiace. Anche l’anima ormai
è come pietra friabile nel sole.
Datemi un punto fermo un solo appiglio
che sostenga l’esile filo disfatto
della trama in groviglio:
non basta più il sole che ci abbaglia.

Torrenti di frescura
alla gola riarsa, due satelliti
girano attorno alla terra:
è voce cupa rauca la notte,
ogiva nucleare in stratosfera.

Il groviglio m’involge
precipizi
quest’odore di muro gomma viscida
nell’agro che si scioglie.

Ascolto gli urti delle nebulose
preistoria assopita, l’esilio
dai perduti abbandoni in quiete d’alga.

Perché il fumo scava
ruvida scorza, l’intrico
della nausea: tocco il fondo livido
che sfugge, mani intrise di nebbia.

Ma al bambino di luna sull’asfalto
la ruota è notte
i bulloni del sangue
immobili pupille tra le ciglia.

Eppure quest’erba così verde
così fresca di cielo
ieri qui presso il muro non c’era:
mi ritrovo intatto
nella voce dei figli
tenui mani sopra l’erba.

Sentirsi ancora vivi
carne battito
respiro che si tocca:
dopo l’alba la notte
è sudario improvviso.

Sprofonda la luce livida,
i fili dell’intrico:
suoni stridono gelidi
pianeti in altri cieli
pianeti in altri cieli
mi ritrovo coi morti
“Un Martini un Martini”
cattedrali gotiche
una nell’altra in fughe.

L’impronta rossa è sangue
che cola in fiume dalle prime gole
sulla terra dei diluvi:
la formica rovina in follia
nella goccia uragano.

E il cielo è un luogo come un altro
non so chi pregare,
attonito stupore di cieli che girano,
l’erba spunta mite,
le gole che divorano.

Datemi un punto fermo un solo appiglio
strappi dell’universo
oscura l’impronta senza tempo.

Qui presso il muro
questo solo mi resta nel groviglio,
la mano che solleva,
il muro che so provvisorio
questa luce sospesa il
respiro di gente
appena intravista
lo stupore che sa di non sapere.

Questo solo mi resta nel groviglio
Groviglio ai precipizi
foresta invisibile sacca
la curva di esilio.

*

Da  Alfabeto solare (1973)

Origine
 
 
 
Òr-ior       òrtus: nascita
orìgem oriente            ur
l’origine ignota      orìgo
orìgem            òr-dium
origine-ellissi       dove il
punto primo è sommerso
continuità-radici
seme albero cielo e    ancora
radici la           terra     òrigem
òrtus    occidente  l’o   riente

Luigi Picchi
La poesia etimologica di Guido Ballo

estratti dall’articolo apparso su Archivio Attivo Arte Contemporanea
– l’articolo completo qui
http://www.caldarelli.it

[…]
l’etimologia è direttamente coinvolta nell’impasto espressivo, è il germe stesso dell’ispirazione che si sviluppa, come nella poesia delle prime avanguardie in modo associativo, tramite singolari sinapsi che non hanno nulla di intellettualistico, bensì di vitale. I lacerti etimologici fluttuano nella larga spaziatura e scatenano il discorso compositivo che si dipana come un’eco, come cerchi nell’acqua partendo da un epicentro verbale. L’etimologia è recupero della vera indole delle parole e dei pensieri, quella arcaica, l’anima schietta delle origini, dell’Origine; è nostalgia della dimensione archetipale (archè=inizio, principio, origine, causa prima). Scrive giustamente Silvio Raffo (Poesia, Edi-ermes, Milano 1998, p. 306): “Gli esperimenti che Ballo compie con le parole, scavando ossessivamente nelle etimologie come un archeologo nelle viscere di terra primitiva, non sono mai giochi, né tantomeno ricerche erudite; sono bensì tentativi di recuperare la sostanza materica, originaria, nel magma del cosmo linguistico, ovvero di quel logos dietro il quale c’è sempre l’uomo.”.
La ricerca delle radici più profonde e arcane del linguaggio è così forte in Guido Ballo da suggerire pure un titolo suggestivo per la prima sezione della sua silloge Mâd (Guanda, Milano 1970): Radicario. L’autore stesso parla nella prefazione di “accumulazioni, accostamenti, o meglio incastri, dove le radici delle parole si susseguono in serie, come in un dizionario, con improvvisi innesti di frasi, trasformandosi in varie lingue e in vari significati. E’ sempre un viaggio alle origini.”.
[…]
La poesia di Guido Ballo è dunque cosmologica, ha una vocazione filosofica e didascalica: le sue sillogi sono spesso rassegne di figure, situazioni, voci, argomenti descritti nello loro astratta neutralità, come voci di un dizionario o di una enciclopedia. Unisce, così, l’anima di Lucrezio a quella di Ovidio. Ma prima di somigliare a questi due maestri la natura della sua poesia è affine a quella dei poeti arcaici che cercano di conoscere il mondo dove agiscono ed operano e fanno della poesia il primo strumento di conoscenza per orientarsi in un ambiente ostile e cercano di fissare dei punti di riferimento nelle terre ignote dell’esistenza. Al fermento delle impressioni segue subito la calma epigrafica delle riflessione in modo da raggiungere, pur attraverso il “delirio lirico della materia” tanto auspicato da Filippo Tommaso Marinetti, un livello di lucidità gnomica che ricorda i presocratici o i lirici greci. Non a caso ho citato il Futurismo (non dimentichiamo in questo senso tra l’altro il magistero di Vann’Antò): la poetica futurista ha una Weltanschauung vitalistica di matrice oltre che nietzschiana e bergsoniana anche eraclitea e porta in sé germi di rinnovamento utopistico della civiltà in un rapporto panico e romantico con le cose. In Guido Ballo il sentimento romantico rinnovatore ed utopistico teso al miglioramento dell’umanità c’è, ma si ridimensiona in un atteggiamento di siciliano e solare realismo cui s’affianca una saggezza tipicamente lombarda. Il suo stile compositivo può ricordare il paroliberismo e la scrittura automatica.
La frantumazione della parola, il frammentismo, il gusto per rapide, guizzanti e folgoranti impressioni, le spaziature marcate, il plurilinguismo, il dissolvimento della punteggiatura, la prismatica ottica cubista, tutte queste strategie espressive si rifanno certamente alla lezione delle avanguardie storiche di primo Novecento e alla fine rischiano di risultare un po’ troppo ripetitive e manieristiche (da questo punto di vista più convincente è l’ultima raccolta Staras del 1989 proprio perché più sobria ed asciutta in modo da conseguire felici effetti di cristallina essenzialità).
Fortunatamente Guido Ballo personalizza molto il Futurismo originario, oltre che con la poetica dell’etimologia che abbiamo visto essere un ritorno quasi primitivistico ad una dimensione remota della parola, anche e soprattutto con quel brio ludico e quell’arguzia riconducibili alla sua indole siciliana come già in Vann’Antò.
Se canta la modernità non scade nella modernolatria tecnocratica e bellicistica, anzi in lui vivissima è la polemica verso gli eccessi e la brutalità desertificante ed inquinante del progresso e forte e sincera è la voce della sua nostalgia per la natura.

[…]

Stefano Agosti

Il paradigma etimologico di Guido Ballo

 

 

 

 

[estratti dalla prefazione a una scelta di poesie per la casa editrice Italica (Stoccolma-Roma, 1979), poi ristampata nel volume antologico Il muro ha un suono (Scheiwiller, Milano, 1994) e in Stefano Agosti,  Poesia Italiana Contemporanea (Bompiani, Milano, 1995)]

[…] Diciamo anzitutto che nella ricerca di Ballo si danno due modalità di lavoro sull’ètimo (o di lavoro dell’ètimo). Una modalità di tipo, per così dire, espansivo o accumulativo, ove il vocabolo, nel corso del componimento, si moltiplica e si rifrange lungo la propria storia, che è quella dei suoi occorrimenti linguistici anteriori o strettamente collaterali. In questo caso, ciò che testualmente si attua è una sorta di proliferazione sinonimica plurilingue all’interno di una rigorosa monosemia. È la modalità che contrassegna componimenti come Acre, Angoscia o, anche, Consumare, ove però il processo di espansione-accumulo del significato su di sé appare sintomaticamente interrotto (non essendo condotto sino al più arretrato “summa”), al fine di indicare, precisamente, quell’ellissi dell’origine che costituisce – come vedremo soprattutto per l’altra modalità – il fulcro dell’operazione; e come del resto è detto a tutte lettere nella poesia intitolata, appunto, Origine: “origine-ellissi dove il punto primo è sommerso”. Risultato di questa prima modalità operativa sarà infatti meno di assidere il vocabolo sul suo significato di base che di disperderne il valore e, in definitiva, comprometterne la possibilità stessa di identificazione (di differenziazione come unità del discorso), attraverso il lavoro delle sovrimpressioni linguistiche che si effettuano nel testo. Il quale finisce per costituirsi esso stesso per accumulo, vale a dire per attribuzioni e predicazioni – e non per articolazioni verbali, o per progressioni del senso –, attuando una sorta di grandiosa cassa di risonanza fono-semantica, ove il “significato” appare sottoposto a effetti abnormi di dilatazione (di ingrandimento) e, per ciò stesso, di dispersione-dissipazione entro la sua stessa immobilità. Opposto è il caso della seconda modalità della procedura, di cui adesso diremo, ove il percorso semantico (etimologico) non risulta più unidirezionale ma plurimo. In questo caso infatti, abbiamo a che fare non con una sola catena di ètimi, su cui si inscrivono i vocaboli deputati alla conduzione del senso, ma con parecchie catene, le quali si agganciano le une alle altre, o si intersecano le une alle altre, sia sulla base di affinità foniche, sia per contiguità semantiche, secondo un’incessante attività di “rinvio”. Siamo qui al punto centrale dell’operazione, che è anche la punta più avanzata della sua modernità. Il “rinvio”, in quanto passaggio, traslazione del senso (del significato, del vocabolo) da una catena di ètimi ad un’altra, e da questa ad un’altra ancora e così via, sottende non tanto un processo di avvicinamento all’origine, quanto l’esperienza in re del suo allontanamento, la verifica della sua cesura: diciamo, con vocabolo modernissimo (derridiano), la verifica del suo continuo “differimento” (différance). Il che dà luogo a un testo non più accumulativo o predicativo (analogico), bensì metonimico; e cioè a un testo perennemente spostato (sfasato) rispetto al proprio farsi, se la metonimia – come ha precisato Lacan – è il movimento stesso (interminabile) di copertura di un vuoto, manque o béance aperti nella rappresentazione del mondo […].