Tag

, , , , ,

Sale e diventa
scende e diventa,
si oscura.
È questa la forza
che volle lentamente
non agire?

Lingua del presente,
forma che manca
dopo tutte le forme.
Potessi almeno lasciarvi
un colore imperfetto.

*

Pesante contorno,
oltre il quale
si schierano
gli altri del sogno,
con dolce pretesa
incerto domandare.

Cerco uno tra voi
che sappia dirmi
cosa fanno i verbi
che raggiungono.

*

Riposa –
passa dietro
l’esperienza.

Tu-frammento,
riaperta figura,
non puoi temere
confini.

*

Ingrandite
finché sole, irreali,
rimasero indietro
distinte figure.
Si staccò dal seguirle
il loro segreto –  ombre
nel vuoto chiarore,
nascoste nel vuoto
come solide assenze.

Esiguità, pensose
fuorviate prove,
denti nella cenere.
Non è strano
urtare-oscillare ombre,
credere più grande
colui che non si volge?

*

Non la moderazione,
che muove nei vuoti
in modo da non ferirsi,
ma la regola degli amanti,
che si cura dell’unica
giustizia possibile
quando c’è di mezzo
il desiderio –
questo esperimento
che ci fa mancare.

*

A chi abita
non lontano dai frantumi,
una cintura ricamata.
A chi stenta
perché troppa la polvere,
uno stordirsi di foglie.
A noi, il buio
dell’ultima riga.

*

Quando l’intero
si srotola in un punto
di nessuna salute,
per rendere felice
il non invocato dio
dei grani di polvere,
e in sua ariosa
radicata culla
smentire tesori,
noi acerbamente
diamo inizio
a silenziosi giochi
del respiro.

*

Non lo dirò –
in tessiture di notte
è custodito,
ben intrecciato
il mondo dei cinghiali
tra le primule,
e il nemico come linfa
entro le foglie,
scivola per sogni
incontro
a risanate vertigini
nel riparato buio
culla di colori,
e foschia di nostri passi
verso un grano
che nel fuoco
unisce stagioni.

Ascolta la tua collina
– nessun altro –
che fa crusca e cenere
per molti millenni.

*

Non c’è tempesta
attenta a questa barca.
Non c’è onda – laggiù –
che oltrepassi il mare.

Guarda tra le zolle.
Diventano mai pietre,
le ossa?

*

Chiudetevi
a chi vuole innalzarsi
sulla pagina già scritta.

Quanto a me,
non saper nulla
di chi
si slega dal sonno.

*

Si è spento.
Perché crepita allora,
abitato dal fuoco,
dovendo piegarsi
alle proprie rovine?

Fine – ingenua
tra ingenue parole.
Per sogni
non si dice.

*

L’acuto e il veemente,
sebbene incostanti,
non danno pace
al loro contrario.

Colui,
nascosto nel disegno
dando ascolto
alla conversazione
del pieno del vuoto,
aspetta la sua ora –
il culmine impersonale.

*

E queste parole – abiti
in guardaroba incustoditi,
rubati per farne stracci
da spingere in bocca
a chi potrebbe gridare –
anche queste parole
lo sanno: non c’è
una patria del dire.

*

Sguardi screpolati,
incredula andatura.
Non poter offrire
né legando rifiutare.
Ostinato parlare
quando una bufera
porta via la voce.
Dei nomi rimasti,
solo quelli
appartenenti.

Doveri dell’esilio.

*

Interno
salvaguardante esilio,
notturnità e silenzio
nessun raccolto.

C’è l’uscita non esco,
riprendo senza timore
il mio esercizio –
piume
che suonerebbero
tamburi.

(Nanni Cagnone, da Doveri dell’esilio,
Il Cobold- Night mail, Genova, 2002)

cagnone dov

Annunci