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Winterreise – La traversata occidentale

 

 

Manuel Cohen

 

CFR Edizioni, Piateda (SO), 2012

Winterreise, ossia “viaggio d’inverno” si intitola una silloge di Wilhelm Müller, un poeta tedesco morto giovanissimo e ormai ricordato soltanto per il ciclo di “Lieder” dello stesso titolo (con un altro ciclo, intitolato, forse vezzosamente per via della coincidenza col suo cognome, Die schöne Müllerin, La bella mugnaia), che Franz Schubert musicò per pianoforte e canto (è eseguito spesso per baritono) nel 1827, anno della morte (a 32 anni!) del poeta, per infarto. Schubert lo seguì appena l’anno dopo, colpito dal male del secolo, ossia la tisi. 

Manuel Cohen non fa riferimento a quei Lieder, ed è opportuno precisarlo perché il titolo, Winterreise, è subito associato, nella nostra cultura, a quelle composizioni. Egli precisa, infatti, nel sottotitolo, “la traversata occidentale” ed è questo il vero nodo tematico che egli sviluppa nella serie di ottave di queste prime undici sezioni del poema (perché di un unico poema si tratta, diviso in tanti piccoli episodi). Il nucleo tematico non è infatti la storia di questi ultimi decenni, che pure è “raccontata”, ma il sentimento dell’occidente e, piuttosto, la sua “tenuta” nella storia, o il sostanziale fallimento, la sua decadenza politica e morale (oggi anche economica). Di “mülleriano” rimane l’idea del passaggio, della solitudine, dell’inverno, di nostalgia per gli affetti perduti, che sempre tormenta quella silloge.

“Traversata” dunque, ma nella cultura, dentro tutto il rimosso della cultura contemporanea. Significa che l’intenzione del poeta, (che diverrà sempre più chiara nel corso delle undici sezioni, così come accresce l’intensità emotiva ed affettiva e lo stesso “ritmo” della prosodia) non è tanto quella di sottoporci l’ennesimo quadro stotico-generazionale, ma piuttosto quello di rilanciare, sul piano culturale, proprio il rimosso, la pigrizia mentale di almeno due generazioni e dei nostri giorni. Ossia, si propone il dovere civile del poeta, il ruolo stesso della poesia, così com’era inteso agli esordi della poesia epica e tragica. L’intenzione è quella di andare a scavare dentro quei nodi, attualissimi e ancora irrisolti, che la cultura non vuole affrontare perché scomodi, veri e propri “scheletri negli armadi” della letteratura (e della poesia in particolare), dello “stile di vita” occidentale, del potere, della politica, e così via. L’intenzione è anche quella della resistenza e della insistenza, ma per nulla remissiva. […] Una poesia forte dunque, segnata qua e là da una vena generazionale (in modo particolare nella terza sezione), che vuole mettere il dito nella piaga perché è dal riconoscimento del fallimento che può nascere una migliore avventura, umana e letteraria (si veda la feroce invettiva di tutta l’ultima sezione).

Cohen, peraltro, è conscio della vocazione piazzaiola di tanta poesia civile, gridata, a volte sgraziata, prolissa, sopra le righe, non di rado sciatta nel linguaggio, imprecisa, spesso ideologica e giacobina. Da critico raffinato si pone dunque anche il problema dello stile e lo affronta in maniera rigorosa, senza uscire mai dalla tradizione di rigore e ricerca della migliore poesia. I ritmi che preferisce sono quelli dell’endecasillabo e del settenario; la fonoprosodia si arricchisce di allitterazioni, di rime interne, di effetti lungamente cercati nel lavoro di lima, guardando alla migliore poesia del secondo novecento. Alla facile soluzione affabulatoria, alla prolissità, Cohen contrappone un rigore semantico e una concisione a volte esasperata e densa di allusioni, ma mai monca. Alla parola banale egli preferisce la parola precisa, capace di dire quello che vuole dire e non “più o meno” un certo significato. Uno stile, dunque (apparentemente) castigato dalla forma chiusa nelle ottave e dal rigore della ricerca, dalla rima, ma di densità di contenuti molto rara, nel panorama odierno. […]

(dalla nota introduttiva di Gianmario Lucini)

*

Testi

(08.01.1980)
 
 
terapia del dolore, afasia, l’ira
che prende quando passa la morfina
hai imparato tutto, già, bestemmiare
implorare anche il cielo, o chi, vicina
altro non può che ascoltare, alleviare
asciugare la fronte dalla brina
questo, forse, varrà dimenticare
questo, nel mutuo amore, da non dire

*

è presagio che penetra, è presenza
buia, bianca, della lotta, della resa
è alibi, è veleno, la pestilenza
che striscia lungo i corridoi e la chiusa
porta, inferrata ad hangar la stanza
ove ogni colma visita è preclusa
“ora offesa, di diffusa infermità
ora d’intesa, inarresa all’empietà”

*

ora non resta che vegliarli i corpi
dei compagni anzitempo divorati
ora non resta che guardarli i volti
da sarcomi da morbi deturpati
ora non resta che vegliarli i morti
i nostri, e le madri – o gli abbandonati
a sé stessi, all’immonda consunzione
feriti infetti di fine stagione

*

(tam-tam Pasolini)
 
 
o sere a occupare, a bere, con lui
la rosa, le ceneri, ogni sua abiura
di casa a noi presente, negli anni bui
di mente… o le veglie, per la futura
vita in pericolo di reazione, a cui
il millennio avvita, tra la più spuria
normalizzazione… a sentirla ferita
d’ogni ragione umanità bandita

*

(Edmond Jabès, Le livre du Partage)

“e vennero rifugi di fortuna”
accolsero scampati al parapetto
al forno del non ritorno – la bruma
nera, la fame, la fanga, al cospetto
della sera, o della notte che fuma
che cresce nell’insidia d’aria – “il detto
il visto, il patito privato, e la pietà
tu sai, la naturale ospitalità”

*

la nostra ora al limitare del folto
quando il giorno scende a mare nel porto
d’oscurità o di lampare – e il molto
o poco avuto a che fare col torto
col giusto – chi può dirlo? – col tumulto
del qui e del sempre – con l’ombra del morto
che parla fa novanta un’altra guerra
e furia monta e fame giù per terra

*

già salgono dal sonno silenzioso
non chiamate sagome terree torme
nere già tornano da un muto corso
di prove tormentano tutte l’ore
della notte entrano escono dal sogno
già sognato rincarano la dose
di ben direzionati cupi colpi
tutti precipitati al giorno tolti

*

non ha forse senso dirsi civile
non è il caso nell’occidentale cortile
non ha poi senso dirsi incivile
non altro che vezzo da stizza da bile
dunque che fare che dire in che stile?
ti affascina in fondo l’aureola
costante ornamentale la cresta in aiuola
alloro sul piumaggio che non vola

*

c’è già qualche baricco della poesia
che tiene corsi di pratica del verso
abicì metrica rima prosodia
c’è, sì, qualche neoricco – non s’offenda
non è il caso – che insegna come fare
presto e bene a scrivere e pubblicare
e sono tanti poi, li vedi, li senti
a citazioni – a saccheggini – intenti

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