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Alessandra Cava

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(Polìmata, 2011, Postfazione Cecilia Bello Minciacchi)

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(coro che cola
io)

*

di là, di là ero freschissima e c’era quel non so che dire, non
so che dire e come, come dire sulle torri a sgretolare, a redigere
le piccole, precise piccole insistenti graduatorie – lascio la voce
ora, almeno lo stridore, mie peripezie, miei banchi di bagliore,
sedimentazioni e tracce, no presenza, no segnalazione –

*

(la febbre è esterna al corpo e noi
appesi a fili come lenzuola
asciughiamo)

*

arriva con mani spiegate, con mani di àncora la vedo che getta,
progetta, sorella, s’intreccia, galleggia, si slaccia – è a un punto esatto che
arriva, nuotatrice che vira alle porte, prende parola e non lascia,
che arriva e sgomenta e segna chiarissima strada, poi scompare
in lontano corridoio, orizzonte di fronte – e uno e due, faccio conto
non torna, sorella, conto resta tra stipite e stipite, tra incudine
e incudine, ché io non la vedo, non parlo di niente, di cose di niente –

*

(la città
macchina sconfitta di cerchia
eppure ogni strada d’arrivo
è residenza)

*

che ti piaccia o no, ti impressioni la vista alla vista di rètine
infrante multifaccia, interlaccio del cuore, del sole, del sale
e sangue sapore: quante volte già scritto, silenzio interrotto
che manca lì impresso come marchio – e c’era – eravamo lì,
noi, chiamandolo nostro, in quell’acqua dal flusso riflesso,
inverdito: ti vedo tradito a bagnarti le labbra ­– che ti piaccia
o no, ti infranga la fronte come vento felice e sgoccioli lento
nell’ora che più ti si addice; mi dice che dice spedito, smagrito,
fondo sbiadito: quante volte già impresso, ingresso, passaggio
irrilevante la linea da quello alla terra che manca qui, scritta
come senso previsto, intrapreso: ti vedo disteso, pietoso
riguardo, sconnesso, nel mattino che è tardo –

*

(quasi luce
dietro la nebbia è il volo
solo meglio nascosto
nelle pieghe delle mani
fendenti
ali)

*

copri lo spazio, copri per bene questo spazio a ritroso,
questo spazio sospeso, che sospende il tempo di coincidenze,
il tempo di corrispondenze e distribuisce coordinate, offre
i vettori solitari dell’andare, offre a piene mani i vettori
spaventosi della moltiplicazione, della scelta velocissima –
indicami quale stella storta, aprimi alla stortura della mia stella
spuntata, indicami i segmenti e i punti e i centimetri e gli angoli
ottusi, ché devo, ché devo sentire dov’è che mi vado a trovare –
scegline una, una sola di me, una che v basta, una sola, tutta
contorno, fatta tutta contornata e ritagliata, incollata
sul foglio, fatta bella come un ritaglio, lucidata di patina, fatta
assurda bellissima di smalto, da tenere in cassetto che chiude
subito, si chiude con scatto leggero, è già chiuso, non apre –

*

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