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doso-la-polvere-copertinaI sogni, annuncia l’autrice nell’impavida poesia d’apertura, lei li ha uccisi tutti «con una lancia sola». Non così la memoria: a questa concede dei ritorni, perché la memoria, a differenza dei sogni, si lascia tenere a freno, si lascia dosare, come dice il titolo della raccolta: ma anche questa a un certo punto s’impone un gesto deciso, un non voler più vedere, un «lasciar fuori» a costo di chiudere fuori se stessi, come dice il notturno finale, dodici scarni versi in cui nel silenzio della casa si sentono battere le ore. La casa è talvolta un luogo di benessere e raccoglimento dove Anna siede comodamente fra oggetti rassicuranti, libri, teiere, vestiti e con la vista del suo giardino – è la durata, talvolta è invece un luogo caotico, con roba sparsa dappertutto, e che cos’è il caos se non la voce del provvisorio e del contingente? Anna abita a Venezia, la città cinta da un filo rosso, la città “monile” che si può rendere solo con l’ossimoro di “realtà immaginata” e dove paradossalmente «è sempre tutto uguale» e «sempre tutto diverso». A Venezia non arriva il futuro, non si può «oltrepassare il passato», ci si muove come con l’occhio a uno specchietto retrovisore, e si va a piedi. Andare, andare a piedi: è un leitmotiv della raccolta. Passi, tanti passi: lei potrebbe raccontare la propria storia tenendosi a questa semplice unità di misura. Una storia non solo veneziana, perché troviamo Anna anche a Parigi, a Siviglia. È il nostro nomadismo d’oggi. Ricordiamo che lei è da anni un’appassionata fotografa. Fotografia rigorosamente in bianco e nero, e non è un caso: anche nelle sue poesie non sparge colori, tranne che nel ricordo della madre (nella perfetta Ti ho cercata) e in Ho visto dove per un istante appare un’intoccabile – biblica o classica? – danzatrice al bagno. Anche il nero convenzionale della depressione («La depressione non è») consiste solo in variazioni di un bianco legato al corpo. In una sua famosa conferenza del ’50, Problemi della lirica, Gottfried Benn bollava l’uso dei colori nella poesia come un cliché buono per un’analisi dall’oculista, e lo metteva insieme ad altri vecchi trucchi quali similitudini, tono serafico ed emozioni paniche. Nulla di tutto questo nella disadorna Anna, che non è tenera nemmeno con le emozioni, se si eccettuano poche calde note per due defunte, la nonna e la madre, come l’accorata Ultime cose con quella sapiente chiusa che esalta una frase delle più banali col troncarla a metà. L’eros è oggetto di un’ispirata ma alquanto malinconica riserva in due che sono fra le più intense liriche della raccolta: La voce era tutto e Cercando quando. «C’era un tempo in cui un noi / ci doveva essere», anche se mai furono scritte lettere d’amore e lei è rimasta a guardare l’uomo passare davanti alla finestra. Ironica e saggia, nella seconda raccomanda a un poeta che vorrebbe amarla di aspettare «a settembre, / che ci spezza sull’autunno / senza nemmeno un rumore / di speranza». La speranza come rumore risibile, aleatorio: è solo un esempio del felice rinominare le cose comuni a metà strada fra percezione e invenzione, di cui consiste la lingua poetica dell’autrice. Così anche dove, in biblioteca, ferma su un libro, sta per attribuirsi una «temperatura egologica fredda / e l’incapacità di sentire gli altri»: «concetti strani», dice, sapendo benissimo che non sono tali, e che siamo soltanto nel drammatico gioco del saputo e rimosso. Rime e assonanze sono ritorni ovvero implicite ripetizioni, e anche di queste Anna fa un uso parco. Più proprie le sono le anafore che riprendono interi sintagmi e, in tanto disincanto, sembrano cercare (vedi Vi guardo) un cantabile, quasi una nenia che plachi le implacabili dissonanze del desiderio: in vita volevo dormire, e se da morta vorrò invece essere viva?

(prefazione di Anna Maria Carpi)

*

MACINO PASSI MACINO PENSIERI

Macino passi macino pensieri
a volte l’inchiostro finisce
s’arresta le pellicola
macino passi macino pensieri.

Se potessi srotolare i miei passi
arriverei a quel bar in rue de Rivoli
il sole riflesso sul tavolino
la tua mano caffé e cappuccino,

arriverei alla gelida puszta ungherese
il tuo sorriso fotografato allo specchio
la neve alta a schiacciarci sopra il letto,

arriverei in quel teatro off di Berlino
dove l’Emma di oggi faceva capolino
prima di uccidersi con noi lì vicino.

Se potessi srotolare i miei pensieri
non comprerei più un pigiama per ogni storia di ieri
ti bacerei, qui, come allora, ma molto più volentieri,

avrei orecchie fini e attente
per non cadere in quel vecchio incidente
in cui mi dicevi che di me non te ne fregava niente.

Ma sotto i miei piedi
Venezia è un palmo di mano
Milano è una tasca
Torino è una casa di ringhiera
son tutti dove per la mia mente ciarliera.

Macino passi e macino pensieri
l’inchiostro finisce a volte
allora apro il cassetto della scrivania
quello grande quello centrale e cerco
trovo passi e trovo pensieri:

perché io penso con i piedi.

*

ULTIME COSE

L’ultima immagine che avrò di te
sarà il tuo corpo consunto dal tempo
la tua mano ossuta nella mia
la penombra e l’odore di chiuso della tua stanza.

Le ultime parole che avrò da te
saranno vai che è tardi e perdi il treno
il tuo volto affondato nel cuscino
il respiro affannato di chi non trova il sonno.

Le ultime parole che dirò a te
saranno no nonna dormo qui stanotte
ma tu no non salire su quel treno
senza avermi raccontato di quella volta che.

*

IL MIO VOCABOLARIO
–        cover di Depressione –

Il mio vocabolario dell’agire
nelle sue declinazioni
è costituito da neuroni canonici
che registrano l’afferrare
di un elastico al risveglio
e il portarlo ai capelli,
il mettere l’acqua filtrata nel bollitore
e poi versarla in una grande tazza
dove dalla sera attende una bustina di tè,
il portare la tazza alle labbra
il tè nella bocca, la lingua
che lo trattiene sul palato
gli occhi che si chiudono piano
sul primo piacere della giornata
il cervello che immagina
che il mondo stia in quella tazza
e la ripone accanto al letto
dove la giornata si chiude
sul suo inizio.

*

LE QUATTRO DELLA NOTTE

Le quattro della notte
e poi le cinque del mattino
il sei di settembre
che sarebbe anche fine estate.

Rovisto
nelle tasche della memoria
e doso la polvere.

È che non voglio più
vedere troppo, vedere tutto.
Voglio lasciar fuori,
anche quando
mi chiudo fuori.

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