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magazzeni_preview_web (1)Sappiamo che la poesia, anche quando deve parlare d’altro, ha sempre in sé la capacità di pensare al suo essere. Ed è proprio questa doppia valenza che permette di trasportare la propria lingua in una scrittura e una lettura che diffonde nel testo i segnali di significazione autonoma; segnali che evidenziano una poetica, o almeno una sua interpretazione. Ebbene, Loredana Magazzeni, mostra in queste poesie con quali sentimenti di forma, forza e leggerezza, e senza forzature programmatiche, sia possibile risignificare un mondo. Il luogo, cioè, in cui i versi vivono e a cui danno contemporaneamente vita, con un lavoro di costruzione e crescita che è simile a quello di un “muratore” o un “giardiniere” della parola.

Ma, con ancora più valore e precisione, il fare poetico viene definito, attraverso la metafora del “cucire”, una riparazione: perché questo è “il gesto più sapiente”. Riparare attraverso la poesia che intreccia i fili e ridà nuova forma e nuova vita. E in questo senso si comprende, leggendo i testi, quanto l’autrice sia consapevole che una forma di vita porta sempre con sé una configurazione di sensi: una diramazione che interiorizza il suo dire, ma che non si dà mai nello stesso modo, mai con la stessa certezza. Perché un movimento, un punto di vista, una percezione emotiva o intellettiva, in condizioni diverse (per tempi, stati d’animo, letture) cambiano inevitabilmente le modalità generative con cui la significazione si fa senso.

Ma in questi testi c’è di più, c’è un’attenzione posta sul fatto che in poesia, pur essendo questa materia di parole, la parola perfetta è impossibile e la sua ricerca, quando diventa una sforzo incessante, può portare a qualcosa che “ammala i nostri sguardi di afasia”. Ecco allora perché il concetto di “riparazione” (che S. Haeney ha elaborato in suo importante saggio), legato alla concretezza della lingua, fa sì che questa poesia anziché distruggere per ricostruire, si adoperi per ricomporre pezzi (di memoria, di corpo, di pensiero) già dati e portarli a nuova vita. Il risultato è vera forza immaginativa, che può anche curare il dolore o la difficoltà di comprensione delle ferite esistenziali che si aprono nelle nuove ricerche di conoscenza che la poesia pensa e vuole attuare.

E dentro a questo percorso si situa anche la necessità di dare visione a ciò che cerca di “rischiarare un tempo oscuro”; nonostante l’andamento non sia lineare, ma ondulato, ricorsivo, sinuoso e l’ immagine possa chiudersi in ombra o deflagrare in fotogrammi inafferrabili. Qui il senso è il modo del sentire: sostanziale alla parola poetica, in ciò che ci unisce o ci divide, ma senza una fine definitiva, nello spazio “che ci separa dal dolore dei morti”. Dove non sai se il dolore è quello provato dai vivi per i morti o dai morti per se stessi, in una oscillazione emotiva e concettuale che soltanto la scrittura può mettere in atto. Anche solo in modo provvisorio o instabile, ma sempre nella concretezza di una riparazione possibile per la “fragilità del tempo” che ci scuote e la “fragilità del bene” che si spezza.

(postfazione di Giorgio Bonacini)

*

Testi

ed è chiaro che c’è una differenza
tra il volto tuo di quel preciso momento
penetrato dalla dimensione dell’altro
e la sorpresa di qualcosa che accadrà tuo malgrado
catturato dallo sguardo di qualcuno
mentre cammini su una strada che non ha vie d’uscita
e se hai le parole puoi salvare
cancellare quel sentimento fortissimo
l’irresistibile tentazione di afferrare la vita
rendendo vita qualche cosa
su cui è disegnata una specie di morte
la dimensione religiosa del sottrarre alla morte
ciò che brucia nell’istante dentro la tua rètina
nel senso di qualcosa come fiamma
che ha origine e comincia a morire
mentre sta ancora vivendo

*

Il giorno che sei morto
ho cominciato a morire.

Chiuse con il lucchetto
le porte dell’infanzia
ti ho consegnato le chiavi
per il rito della domenica.

Quello che in me decade
nutre la figlia, il figlio
e non torna mai il conto
fra il guadagno e la perdita.

*

Tu conosci il dolore. Hai
gli arti di un uccello.
Prensili e fini. Ti lavora il tempo.
Impasta me con ciò che di te amo.

Le ore trascorse ci assegnano
ciascuna un silenzio. Piccole gioie
s’affrettano a soccorrerci.
Scacciano i cani neri.
Anche la grazia morde la fatica.
La bellezza prevale sull’orrore.

*

Rotte e approdi

Che eri la casa dell’ombra
che eri qualcosa di oscuro invisibile
che continua a fiorire a finire
che un ascolto placato dentro questo silenzio
che questo pretendere senso
che ogni oggetto che muovi in un senso lo cambia
che parliamo di cose normali vivendo

se un sudore mi lecca le dita
se ostinata come scintilla
mi accade vivendo.

*

congedo

Prendi la via della porta
lettera esposta
questa sera che guasti
il fiato alle trombe prima
prima che la fine del mondo
si riveli in questa
ronda che ci veli
col suo fiato appannato

quando il sonno ti guida la mano
a frugare nel tuo pudore
a non sentire se sei lama o ferita
sotto la crosta dura
delle invocazioni.

*

Asciutta e morta come un salmo
assenza vestita di rose
che spinge le cose in salita
fino alla cruna dell’ago

che siano anni o solo sguardi
per il riposo della mia meraviglia
che venga il tempo custode
a indicarci una porta
a sollevare un battente
che vengano gli anni dalla lunga veste
a invitarci nel ballo
a ballare con noi.
*
Loredana Magazzeni
Fragilità del bene
Prefazione di Maria Luisa Vezzali
Postfazione di Giorgio Bonacini
Smasher edizioni, 2012

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