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Omaggio ai sassi di Tot

(in Bab ilu, N°1, 1962)

«Scale, idest rudimenta
graduum, seu phraspicae
exercitationes in sonitus
cymbalicos, vulgo sarabanda»

Venere geometrica, vergine corrosa,
madrepora sposa delle ere mesolitiche,
Venere di Willendorf, vergine a ruota,
avorio cariato nel manico e nel cuneo;

Venere di Savignano sul Panaro,
dove la metropoli fluviale nel cumulo dai detriti
gemina obbliqua per 4000 tronchi fradici la trota
dalle scaglie cromate di pervinca, 

e Venere maltese per la filibusta fenicia, e Venere
senza vene, Venere acefala, Venere callipigia,
all’ombelico di Milo di Cirene di Butrinto,
Venere dalla rotula nostalgica, Ciprigna
rododattila panrodia rodopormia.

Ah, non per puro caso è stato, non per pura
inclinazione la Kore dell’erechteion ha germinato
la sua docile statura, o Venere
del Giorgione del Picasso dei profeti alle foci del silenzio,
e degli amministratori del corrente mese
femmina del mangiatore di fuoco di petrolio di lampadine accese,
signorina balneare di Biarritz e di Palmbeach, dai coloriti
equinuziali, Eva del cinema americano delle cattedrali
degli ebdomadari in rotocalco, Eva del Friuli
con le pianelle di cordame e gerla sulle scapole
ad aggetto e Sulamita e Salomè di lunghe dita
e barbariche cornee di palta bruna o marna
o di velluto di smalto di mandorla di erba.

Adolescente d’indole fosforica, nadì omè ne,
Eva fuoruscita dal rapido deliquio del maroso o da sidera
cruna, Eva domenicale e di ogni qualsivoglia
mese nei pubblici giardini o negli stagni quando scarna
l’azzagola dopo il bere
autunnale stride il transito levando verso nord.

Eva rosa sulla soglia
sulla pista delle barricate delle materasse
delle jacqueries e dei colpi di Stato a mano armata,
Eva degli stabilimenti e delle etichette
con la colla arabica, sensuale
pollice, stakanovista nella foglia crepitante
dei cuscinetti a sfere

Venere del brigadiere carnale di Pubblica Sicurezza,
al mattatoio di basalto, e irrigua
trifola a sventaglio etereo polline che spruzza arati
e sterri nella brezza pomeridiana,

Africo Ipogeo degli Orgasmi, Vase Electionis
al ritmo della Singer presa a rate
e in tandem sulle strade di provincia,

Turris eburnea sita al meridione, eco
rotante delle superne miniere e sottoterra, casta
diva che inargenti, la Susanna tra i commendatori
dell’ultima legislazione dentro l’alto speco

Foederis arca, hortus conclusus, de deserto
virgula fumi et sicut dies verni
i femminei tuoni popolati di termini maestosi
et sicut dies verni circumdabant eam balenando
flores rosarum sicut dies verni in campo aperto

Originalis macula macula virgo
potens virgo prudens tota pulchra,
Mimì Pinsson nella primavera delle saponette
Frufrù bal Tabarin, Mimì Bluette

Il fino calcagno sopra l’aspide grigia e lungo il basilisco preme
aspide e basilico leccando un corallo ialino senza rughe
donnaragnodonnalianadonnamatricefontepadreseme
eri l’Astarte alla stazione centrale con la valigia
e le negre portavano la concolina del latte le lattughe
nei mattini di arancio amaro in piena stagione.

O, naufragate insieme con i pirofaschi trafitti nel liquore
bagnato dell’atlantico sereno, verde luce
per le vertebre piovendo della spina ed il profondo
pesce e le profonde uccelle d’amaranto a serpentina
mirano in saecula saeculorum tremolare snelle
le anche tremolare nel nugolo balordo delle
piantagioni subacquee

le  mogli facevano il sugolo rosso sui fornelli nel tondo
sgargio anfiteatro delle verande europee e nelle logge,
nelle logge fumando dai gerani dei gerani.

e pubblicana sulla spalletta dei pozzi perché Gesù Cristo
con la flemma
e donne sbattute nell’orgia dei travertini fissi
o dentro il secchio
donne abbracciando l’obelisco che staglia le scalmane
d’agosto, casalinga allarmata dall’eclissi
se brucia la cipolla nell’arrosto e il rosmarino o se lo specchio
si frantuma sulle mattonelle,
donna del madrigale e Venere dell’apotema,
signora dello stemma e illustre fontana dei perimetri
donna ab ovo
tirata con calibro livella a gibiggiana e gran compasso
di tungsteno, femmina ab ovo
figurata nel seno della calla Zantedeschii,
donne di cartilagine di gusci d’arachidi e polpa d’albicocche

concepita con la pomice sui spalti di Gomorra, sbattono
i lenzuoli incendiati nella valle dei templi e un milione
di vangeli che non passa più
ragazza da marito, ctonia ispiratrice dei corredi regionali,
femme entraîneuse donna mannequin Frau Weltschmerz,
e donna possibile non ancora pensata
nella polimorfosi degli attributi, e lampaneggio
del sasso delle caviglie tornite e rasente
i polsi il basso vino viola rifluente dalle vigne d’Engaddi,
oh, i polmoni stracciati e l’alabastro di madame Chauchat,
aspicite et videte filie Sion, aspicite
forse la profetata bellezza nel filo di ferro
che dal Texas oscilla sulla brina recondita, sul ronfo
degli equilibri fantastici, che titubante avventura
che onnubila l’algebra di Calder!

donna nubile assegnata ai cieli opachi, e spastica begnia
nei specchi avariati, sette nastri
legavano i ciuffetti, donna nello spazio senza cielo,
nel musico brontolo dei tuoni, spazio in cielo
senza donne al sorteggio dell’ebete connubio,
la donna inventata da Tot tra sassi e sassi secchi
tra Tevere e Danubio e Babilonia insonne.

Cuori della Madonna, così:
così sui muri sulle tele nel geso nelle zanne
nelle ostriche striate nell’argilla che dimentica
le profluvie e tutti gli astri e l’orme
dei passi furtivi nei giardini notturni e la frequenza
diafana delle lune a giostra così
baldoria vegetante di nugoli concentrici,

così nella mente nelle viscere nel sangue nelle canne
così nel mondo lungo il gran fantasma
nelle aule solenni nei dirupi lungo le scarpate
così dietro arenili nelle tebaidi nella nebbia alata
nelle metropoli nei paesi nei vagoni
così nel mondo inalterabile,
vergine salata, adultera notoria, nuda
garibaldina dalle volpi argentate, così

è nel mondo del mondo questo frutto che ti plasma
che ti scortica che ti inventa la tua storia.


villa da hisse 2

villa da hisse 1

Emilio Villa, da Hisse toi re d’amour da mou rire (Geiger, 1975)

villa cop traitée

Emilio Villa, Traitée de pédérasthie céleste, Colonnese, 1969