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Le parole, scriveva Bachelard ne La poetica dello spazio, sono piccole case, con cantina e soffitta. Mentre il senso comune che consente l’astrazione abita al piano rialzato, la ricerca etimologica sta sotto; il gesto della discesa significa poeticamente avere il coraggio di osservare quella cantina perché è in essa che si scoprono tesori introvabili. Quella cantina ce la figureremmo dunque come un grembo prolifico di parole verticali a costruire la carne e il sangue della poesia, figliolanze accennate ma ardenti che la nuova silloge di Marina Pizzi ci restituisce con desiderio. I centoventi quadri che compongono il prezioso volumetto sono confessioni del ladrocinio all’io. Un io minimale e affatto conciliante, smarcato dal fragore sordo e privato della propria mitomania, che si impone senza prostrazione sulla struttura del reale. In quello sguardo reclinato verso il disastro Pizzi concede al circostante di apparire in tutta la sua rapinosa nevrosi. La semantica dissidente è deflagrante commistione simbolica. La giostra della vita il suolo d’algebra assume in tal modo la distanza del rimosso riemerso e restituito in contrappunto, senza digiuno di speranza. 

Con la coda dell’occhio chiede venia

al cipresso bambino al tempo stretto

precoce della madre. Il feretro del salto

limo redento in desco di cannibali.

Da ciotole di ginestre senza seduzione

i fiori in torto di essenze colpe del bello

in fase di pendenza. Spauracchi di grano,

spavento il credo degli ultimi.

Il residuale linguistico serve da spartiacque tra sé e il tempo, un ritmo fuori sincrono entro cui l’immersione appare perigliosa e scollata. Così è lei a scucire e riannodare la tassonomia del quotidiano per ridare il tumulto alla parola che non sopporta più e si fa comunione di promesse disattese. Una parola trafitta e disincantata, sottratta al caos del già detto, diviene motivo di visione consapevole e destinale: Ora la domanda che c’ispeziona | faccia docile la cattura imposta. Non c’è alcuna richiesta tuttavia senza pretesa di assoluto, così Pizzi si sofferma sull’interrogazione inesauribile del sé come inciampo nell’inconscio, balbuzie di cometa. Un passo sghembo che ricorda la lingua dell’impossibile che accade, una lingua che batte forte sul limite della coscienza per contrassegnarne la risorsa e pur tuttavia l’invischiante deiezione se non si corre al riparo. L’io sceglie cade si rialza e ancora rinasce nomina e uccide, nel suo divenire soggetto capace di lenire la frattura insaziabile tra pensare e sentire. Con il panico della solitudine che intanto azzanna e ci rende stranieri al resto del mondo. Un panico circoscritto e spesso canzonato che mostra tutta la sua feroce teatralità.

Quale manciata di luminarie

(gaiezza d’ispezione)

potrà rendere chi non sono? 

Braci di equilibrio questo ammanco

di corpo d’anima. La botola canora

delle preghiere quasi in rivolta.

Spintone d’acido il dado del dì.

Neppure disperante questa febbriciattola

turrita di blasfemie da angelo di dirupo.

La Santa degl’Impossibili

cicala lapidata dalla lapide.

 

Nella ripetuta occorrenza dell’ispezione, la poeta si colloca come colei che non accetta finzioni e che ci rende vedenti della sua stessa materia, telaio di segni e sintomi rincorsi e dipanati dall’ombra del negativo che non si dis-vela. Ci porta invece nel luogo incerto e attraente della transitorietà per farci conoscere la doppia storia di una (in)felicità mai percorsa per intero. Paralisi del reale o disfacimento del razionale? Se l’ordine veste l’assurdo allora il compito della poesia è quello di rivelarne quantomeno il meccanismo per restituircelo dotato di significato inedito. Nella decostruzione raffinata posta in essere nel verso, Pizzi riconosce se stessa includendosi parte di un alto e svettante gioco linguistico.

Equilibrismi della dismisura

l’attesa del brivido con la pietra

al collo. Asilo l’orìgami di condannati  

natali postumi. Studiolo in brache questo

sterminio in tavole d’eclissi e serbatoio

l’odio vestale di dio.

 

Un rifiuto fecondo che puntella l’inaudito e scampa il sacrificio di stare al passo. I versi tratteggiano geometrie eventuali e rispondono al suolo dell’algebra come ad una costellazione familiare scomparsa d’un colpo, come se la mano spuria del fato avesse neutralizzato ogni opportunità di vicinanza; un’orfanità dilagante che sembra essere l’unica strada entro cui dichiarare la propria libertà esigendo, con essa, uno speciale metronomo interiore. Nata anzitempo vissuta anzitempo morta anzitempo, la sorte ingombrante di camminare lungo l’orlo del mondo non interrompe la precisa conta di chi siede Da anni dalla parte del torto | senza fracasso nel suono di versi | salpati senza battesimo. Ed è proprio all’altezza di quel torto che si scommette sull’equilibrio prossimo, che la paura dell’abbandono è dissipata e la caduta in terra madida comporta un  necessario giacere per intuire – almeno a tratti  –  di stare al mondo con gli occhi spalancati sul futuro; che gli altri esistono  –  certamente  –  ma che se di prescrizioni esiziali si deve vivere, almeno siano quelle imposte dalla nostra stessa severità, senza ingerenze. Eppure l’elenco non è completo, la poesia stessa è un’apologia del frammento a venire. La voce del fuori interrompe prontamente ma è troppo flebile per essere distinta, se ne sente unicamente il contraccolpo ché l’Altro è lo Stesso. Una spietatezza che non perdona l’ingiustizia di cui siamo fatti e che implacabile sottende al lavorio di una vendetta ormai scaduta.

Con l’ombra a mulinello a far da segnaletica

per il vuoto da commettere. Non hai capito

se la foglia ingiallita del tizio che gironzola

sei tu stesso o la lite del mondo

l’indifferenza comunque così celata 

da chi ci riprova o prova o solo non sa.

Pizzi non indulge sul catalogo poetico ma, fedele al rogo del martirio, è in relazione al crocicchio del non- sapere. Non c’è tuttavia scacco che non sia ragionato ed è proprio nell’interstizio del non compiuto che la poeta appare alleggerita dei sensi e dei pegni scorti al bavero dell’alba. Così non c’è pietà a cui appellarsi o dualità virtuosa che non preveda fin dall’origine una risonanza mutilata. Ed è esattamente  in quell’asola del tempo e dello spazio che la poesia di Marina Pizzi costruisce la sua dimora, ogni parola come una piccola casa provvista di scomodi ma urgenti tesori.

(Prefazione di Alessandra Pigliaru)

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Testi

 

 

 
8.

Il tuo amore d’elisir
quasi un sistema immune
ansa alla sfinge, quasi.
Carte d’acque, oggi ne desiste
nel simulacro del lutto di vicenda
data la spalla alla risata in stemma.
Quasi ne muore la domanda
data alla veglia sopra la costanza.
Preistorica la colla del ricordo
incontro all’orto della nonna
al tonfo delle meraviglie in tonfo.
 
 
 
*
 
 
16.

Nel marchingegno della clessidra
la fonte della notte. Nel contagio dell’alba
gli sguardi pieni per le scansioni
di confische ulteriori. A te gli arrivi
del simulacro ancora, un mare falso
in un centesimo di finestra e giù
la fuga della polvere simmetrica.
Attrito e darsena la gonna di saltello
quando partiva d’altalena il grido
quasi l’evviva di toccare il sole
semplicità valersene.
 
 
 
*
 
 
21.

In un cipresso blasfemo ho avuto padre
arruffato minatore anonimo corsaro
controcorrente
paga più bassa del prezzo di costo.
In tono di enigma ai ferri corti
la fibra in rotta fugata
la furia velata con la firma di fingermi
gendarme al megafono dell’afono.
Apolide di lingua dantesca e scarto e ammanco
il codice di perdere fermata.
Perennità di basto il marchio a fuoco
del comunissimo agnello a muso di rovina.
 
 
 
*
 
 
36.

Andammo insieme a tessere le fionde:
catarsi del sale.
I lavori della giostra sono appalti
al trivio di borse con gl’imbuti di perdere
tesori. Raucedini imperiali quelle speranze
atte agli sperperi degli atti. E tu che sei
sillabario ancora: chiedo la venia di un dovere
ancora in fasce di sudario.
 
 
 
*
 
 
61.

Al bavero dell’alba ho visto il pegno
che fa da buio, rimarchevole coriandolo
la fionda della ressa folla. L’alga che vela
l’acqua e quasi spiazza prima della pulizia
del forse fossile il levigato gaudio.
Senza gare di teche e mensole
so l’asola sola. La dogana della luce
scempia. Il barattolo del loglio con le ceneri.
 
 
 
*
 
 
67.

Tutti con un involucro di stimmate
pietra successa, che succede, successiva.
Penna alle dita il netturbino avvezzo
all’afa del ghiaccio. L’arena della musica
invece del sangue. Addietro avvide
i colori fatti museali, le lingue morte
agoniche o aurorali. Ruppe gli argini
per felicitarsi con la cenere
nubile da sempre.
 
 
 
*
 
 
71.

Mulinello di sterpi la decisione
o semplicemente il desiderio
di poter decidere se abbandonare
la nenia del soqquadro la faccia unta
sul far della sera la faccia azzima
sul far della luce e se Fabrizio
fosse vivo dentro la voce. Accosti ancora
le persiane simili all’anatema
del senso che ti nacque natura brava
a con-turbare scempio. Le capocciate
del cucciolo affamato sono l’eloquenza
la brevità del vero.
 
 
 
*
 
 
82.

Le sciagure del caos
in far di costrutto
per le costrizioni.
Conventicole di raucedini
le corse per la cosa
senza casa in tasca.
In balìa di un mantice
la cerimonia vulgata per inediti
ragazzi alle condanne.
La grotta del soldato sa
la conversione alla società del boia.
 
 
 
*
 
 
100.

Appunti di commiato il paravento
ammainato anche dai soccorsi.
L’afrore del sale sale dalla calce
dal miserrimo soqquadro di una cenere
nemmeno cedua.
L’alba che punta a convergere alla notte
salvi il puntino della rotta scissa
l’ortica del soldato senza pace.
 
 
 
*
 
 
108.

Sparuto ammanco e lavorio comunque
questo breviario del no, non mai
aggiunta la perla né alcun armistizio
con l’orto senza vitigno, morto al ladrocinio.
La flessione dell’erta, il pane visto
pongano ispezione d’àncora: nessun riposo
al posto della storia. Da molto tempo
gli asili non indossano fiocchi
né chicchi di riso soffiano canzoni.
 
 
 
*
 
 
114.

Una giostra nel muro lo renda equo
quaresima del bello il divenire
rito di amplesso così strattone
verso l’altare certo.
 
 
 
*
 
 
115.

Sconquasso atono il nome della carne
a corpo a corpo vita esente
tra lanugine e bivacco il reo adulto
dosso di madre tesi d’antico intoppo
e cinerario il testo del papiro e digitale
la rete nel compleanno della tema
di non far canestro ma stormo di disegno
mutevole al senza risolto indizio.
Ultimo grado l’appello ciecosordomutocieco
il segno per materia di vocare
evocare in carie da qui che noi non più si torni.

*

Marina Pizzi
La giostra della lingua il suolo d’algebra
Prefazione di Alessandra Pigliaru
Postfazione di Enzo Campi
Smasher edizioni, 2012