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ec xxx

Mi
rimangio la
parola che
masticarla ancora
prima di ri-
sputarla è
perversa mania
che mi
folgora e mi
svela  Di
colpo in
colpo a glottide
usurata si
profila lo
squarcio del
fulmine che
dispare impari in
pari nembi
appaiati e
franti  Si
dà il
dettato se
pure impastato con
inchiostro
simpatico che
fa il
verso a la
saetta inconclusa  E
no non
risuona a
morto se
pure allettato
dritto stinco a
svangare la
bara dai
vermi brulicanti  E
fila si
sfila come
flutto in
miriadi di
schiume
bava a
bava eluse
escluse dalla
magna chora
consegnata all’
ora in cui il
dirsi ancora è
prece ignava al
non più riconoscersi  Di
scena in
scena piccolo
uomo escremento
che incrementa la
saturazione della
gola Ancora una
ferita la
mano nel
costato s’
apre la via al
solo differirsi in
pari altri
disappaiati e
anonimi  Mi
rimangio la
parola per
meglio deglutirla e
custodirla senza
più sputarla e
dettarla Nessun
luogo da
tracimare nessuna
sinfonia da
evacuare solo
crudità da
fibrillare sulla
graticola ove
escuoce il
senso ultimo e
mai definitivo che
soffre il
riflesso de la
imago da
cui estromettere il
nome
vago

e

vacuo

 

(inedito, tratto da “Casta Carta Cauta Canta”)