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Francesca Del Moro, Le conseguenze della musica, Cicorivolta, 2014

(recensione di Serenella Gatti Linares)

 

Non è una poesia che lasci indifferenti quella di Francesca Del Moro. Ho dovuto leggere e rileggere e ogni volta ne ero turbata e scoprivo nuovi significati. Andavo avanti nella lettura delle cento poesie de “Le conseguenze della musica” incuriosita ed emozionata, come se fosse un romanzo, di cui andare a vedere come va a finire. Mi sono chiesta il perché. In parte ha a che fare con l’“identificazione”, in rapporto a sentimenti ed eventi provati anche da me. Ma non basta.

Quello che mi ha colpito di più, quasi lasciandomi un groppo in gola, è l’anelito, la tensione spasmodica e continua verso l’amore “irrealizzato”, inappagato, dietro delle porte, in perenne distanza e attesa. Parole abusate come “cuore” e “amore” riprendono slancio e vitalità. In mezzo a lacrime e dolore, rispunta il sorriso, scappano le risate, simili a quelle dei cani. Perché Francesca è piena di vita, è un’”Alice nel paese delle meraviglie”, perché Bologna è ancora un luogo che possiede l’allegria della giovinezza, che permette di “volare”.

Ne emerge il ritratto di una donna “dura y fragil”, brace che brucia sotto la cenere. Il “buco nero” della depressione avanza, ma predomina, poi, l’istinto vitale. “… e io saprò trasformare/ le lacrime in parole”. I sentimenti sono espressi con una sorta di pudore, ma saltano fuori fra le righe.

Dietro il brillio dei versi si nascondono temi complessi e profondi. Dietro l’ironia, c’è l’amarezza.

Le grandi passioni di Francesca, che anch’io condivido, sono: musica, libri, cinema, teatro, pittura, cibo. A proposito della musica, cito semplicemente le ultime frasi del mio romanzo “Era ed è ancora”: “… la musica, poiché essa si insinua dove nessuna parola, nessuno sguardo, nessun piede possono penetrare, ah, la musica continuerà per sempre a donarmi emozioni”. E in questo “patchworck” di elementi, in questa contaminazione di arti, si potrebbe perfino… morire contente.

I temi principali sono:

l’amore: sesso, carezze, tenerezza, baci, abbracci, sorrisi, bontà, gentilezza, sensibilità, amicizia… “… io sto bene/ anche solo quando passa il calore dal mio corpo a un altro

la musica: suoni, canzoni, rock, chitarra, concerti, giradischi, vinile…

la natura: vento, “sole bianco”, neve, sera, notte, mattino, terra, stelle, mare, “pioggia gentile fa brillare il buio”…

Ma c’è posto anche per: cinema, teatro, ballo, festa, vino, bisessualità, tempo, rabbia, respiro, pozzo, incomunicabilità, specchio, casa, famiglia, figlio, lavoro, pendolarismo, abbandono, speranza, mancanza di autostima, maternità, solitudine…

Largo spazio è dato al corpo: occhi, naso, labbra, zigomi, pelle, mani, spalle, petto, pancia ( il nostro secondo cervello…), sguardi obliqui e strabici sulla realtà dalle mille facce… Le mani inciampano… come i piedi. “… anche il mio corpo/ è una chiazza che si allarga”.

Infatti, le parole-chiave sono, fondamentalmente: luce, silenzio, parole, musica, sole, mani, occhi, respiro, casa, porta, cuore, amore.

Gli oggetti di uso quotidiano sono presenti in questa poesia al femminile: tazze del latte, bicchieri, bottiglie, pattumiera, foto, letto, divano, cappotto, caramelle

Ci sono i cinque sensi e i colori sono pochi, ma ci sono: verde, grigio, azzurro, rosso, bianco, nero.

Tanti i riferimenti letterari, espliciti o inconsci: Goliarda Sapienza (“L’arte della gioia”),  Erica Jong (“Paura di volare” ), Leopardi, Pascoli, Orwell, Baudelaire, Prévert, Neruda, García Marquez… E quelli musicali, dagli anni ’60-’70 a oggi: Placebo, De André, Vanoni ( “Tristezza per favore vai via…”; “È uno di quei giorni…” ), Paoli (“Sassi”), Mina, Vianello, De Crescenzo…

Instabile e incerto è il tentativo di collegare in armonia ed equilibrio gli opposti o contrari: luce/buio o ombra; vita/morte; bianco/nero; dentro/fuori; silenzio/musica; pieno/vuoto; gioia/dolore; sorrisi/lacrime; tutto/nulla; piccolo/grande; coraggio/paura; leggero/pe(n)sante; terra/cielo; basso/alto; nord/sud; io/tu o noi; presenza/assenza; vivere/non vivere…

Per quanto riguarda la forma, la musica non è solo nei contenuti, ma pure nel ritmo e nella musicalità del verso. Sono usate la metrica e le figure retoriche (esempio: “sole bianco”): ripetizioni, metafore, rime, assonanze, consonanze, ossimori, sinestesie.

Il lessico è ricco, costituito sia da termini acculturati, sia dal francese, sia da vocaboli quotidiani o da… parolacce attuali, come, del resto, sono spesso i temi (codice “elaborato” e “ristretto”). Poesie di media lunghezza, che stanno ben in guardia dal pericolo dell’accumulo. Le mie preferite sono quelle più sintetiche ed essenziali: “Chissà se lui sente/ la carezza dei miei occhi/ sulla sua schiena/ ogni volta che esce”.

Solo ogni tanto parole e concetti sono scontati o già sentiti, un po’ troppo discorsivi e colloquiali. L’uso della “e” e della “i” permette pause e rallentamenti, per riprendere fiato nel ritmo dei versi, per riflettere, per aggiungere il proprio parere personale negli spazi bianchi e vuoti della pagina.

Poesia “narrativa” che mescola aspetti teorici e pratici, che cura i dettagli con leggerezza. Poesia in cui predominano le “a” del femminile. La poesia salva la vita, fa volare lievemente ciò che è pesante, perfino il proprio corpo. Lascia un “segno” per sempre, o almeno si spera. “… fa che i tuoi versi/ si aprano un varco/ nella vita degli altri/ ogni volta che possono”.

Poesia che può far male, ma anche illuminare, perché è intrisa di luce.