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Incapaci di ragionare le cose in misura globale, polverizzati tra pratiche quotidiane e corsa all’inutile, abbiamo omesso una reazione di difesa al graduale processo di sottrazione del valore umano. Aspettavamo forse una minaccia improvvisa per difenderci? Un predatore feroce facilmente riconoscibile, magari un dinosauro? L’aggressore peggiore ci ha colti intorpiditi, ci ha riuniti con la sua ‘mano invisibile’. L’idea che il “Libero” mercato potesse contribuire a elevare il benessere sociale mediante l’offerta di beni a costi sempre più bassi sottendeva una trappola che siamo stati incapaci di cogliere.

Oggi la maggioranza dei lavoratori “vive in quieta disperazione” come direbbe Henry David Thoreau, ciascuno, nel suo piccolo, materia prima del ciclo, è lo stesso gesto di ogni giorno, la parte minuta di una catena di montaggio, il ‘pezzo’ facilmente ricambiabile. Dopo l’automazione del settore primario, del secondario siamo passati all’automazione dei servizi, dell’umano.

Già nel 1833 in Eugenia Grandet Honoré de Balzac scriveva:

“Gli avari non credono nella vita futura, poiché per essi il presente è tutto, e questo stesso concetto diffonde una luce orribile sul mondo odierno, ove piú che mai il denaro domina leggi, politica e costumi. Istituzioni, libri, uomini e dottrina cospirano insieme a scuotere la fede in un’altra vita, fede su cui da diciotto secoli si basa l’edifizio sociale. Tuttavia ci troviamo quasi al medesimo punto, poiché l’avvenire che ci attendeva al di là del requiem fu trasportato nel presente. Giungere per fas et nefas al paradiso terrestre del lusso e delle gioie vanitose, pietrificare il cuore e macerarsi il corpo nell’ansia di beni passeggeri, come un tempo si soffriva il martirio per acquistare i beni eterni, ecco l’idea di tutti, l’idea stabilita e concreta in ogni luogo, persino nelle leggi, le quali domandano all’uomo: Cosa paghi? invece di dirgli: Cosa pensi?… Se una dottrina simile si diffonderà dalla borghesia al popolo, che ne sarà del mondo?”

Quell’ipotesi di dottrina paventata nel romanzo oggi permea tutto.

Cosa fare dunque? L’essere umano deve spogliarsi della propria identità egoistica e ritrovare l’altro, lottare contro la pressione e le strutture reprimenti, tornare alla difesa di sé e del mondo. Come dice Flavio Ermini in Essere il nemico bisogna “diventare prossimi a una parola che sia capace di farsi civitas, luogo, dimora; mantenendo a ogni crocicchio il dubbio sulla strada da prendere, senza arrendersi alle illusioni”.

Francesca Del Moro, autrice del libro “Gli obbedienti”, scrive superbamente le ore spese negli open space sotto grigi soffitti, dimenticando il tempo, i pensieri, ci racconta le ore veloci trascorse a ripetere gli stessi ruoli. Sempre più minuteria, sempre più in tanti, tutti pronti alla sostituzione, tutti a sgomitare, a mangiarsi il prossimo.

Manifestare il proprio disagio è un atto dovuto. Magicamente le coscienze dolgono, c’è qualcuno ancora in grado di mobilitarsi, di foggiare la parola come un’arma, di “lanciarla”. Ecco, “lanciare”: mi piace usare questo verbo pensando alle poesie di Francesca Del Moro. Il ritmo dei suoi versi è veloce come quello di un proiettile che raggiunge l’obiettivo. Il lettore resta fulminato da una pioggia di colpi precisi, rapidissimi, scariche elettriche che non riescono a non allarmare il cervello, il corpo.

Francesca sceglie di ‘reagire’ con i suoi bellissimi versi, raggiungendo il doppio obiettivo di urlare la miseria della condizione umana e affrancare la poesia dal torpore. Si ritorna a dar voce e attenzione alla poesia sociale, all’uomo, al pensiero, da cui così tanto siamo stati allontanati.

 

XVIII

Quando l’amico gli porse il piatto,
pianse come un bambino.
“Non riesco a mangiare” disse
“quel che non ho guadagnato.”

 

XXXIX

Non c’è più scampo,
perfino il cielo
è color del soffitto.
Non servono sbarre
né serrature,
qui tutto è aperto
ma tu resti dentro.

 

LXXIV

L’umanità si muove
ritmicamente ripetitivamente
più o meno alle stesse ore
si dipana e si contorce
come la lunghissima coda
di una bestia mostruosa.

 
“Guadagnerai il pane col sudore della fronte”
sta scritto nella Bibbia, e stamani la barista
ti ha detto di aver letto sul giornale
“Dovremmo tutti lavorare
anche domenica e i festivi,
è per questo che le cose vanno male”.

 

Desideravo leggere “Gli obbedienti” sin da quando in rete sono apparsi alcuni haiku. Colpisce la scelta dell’autrice di ricorrere a questo stile metrico, quasi ci fosse una precisa volontà di corromperne le regole. Francesca non contempla tenendo per sé le considerazioni, mantenendo l’equilibrio, ma sceglie di indignarsi apertamente, di protestare quasi come una giovane ribelle giapponese, dando voce a quella nuova generazione così lontana. Rompe gli schemi scegliendo toni accesi, in netta contraddizione con l’estetica classica. Nel rigore della metrica la natura è sostituita dai molesti rumori umani. La pace di un ruscello diventa il gorgoglio di uno stomaco, i ritmi umani entrano nella calma degli haiku e presagiscono tormenti, sotterranee combustioni, il turpe della facciata, l’uomo moderno in un mondo senza Dio, senza scampo, un mondo di disillusioni. Gli haiku di Francesca ricordano le pennellate scarnificate di Francis Bacon, l’armonia degli ideogrammi è deformata dal dolore, dall’isolamento, dalla solitudine.

 

Jobs Haiku

 

La vita esatta

la corsa della cavia
dentro la gabbia

 

Haiku-da-fé

 

È questa fogna
di stomaci vocianti
la nuova gogna

 

Haiku del mito

 

Calme Cassandre siete
senza la gloria
della tragedia

 


 

Haiku-dilemma

 

Se invece l’arte
fosse l’oppio dell’occhio
che non sopporta?

 

Haiku della pecora

 

Anche se è nera

o vestita da lupo

sta in fila e bela.

 

Social Haiku

 

Brucia le cornee

questo proliferare

di speakers’ corner.

 

Happy Haiku

 

Muovi la bocca
che appare nello specchio
e ti divora.

 

Eye-ku

 

Qui si spalanca
l’occhio dell’universo
e si contempla

 

L’intera raccolta è una morsa che non dà tregua e non può che favorire un risveglio. È un libro a mio avviso notevole, oltre che per la scrittura matura e pulita anche per il fardello di cui l’autrice ha voluto farsi carico. Una raccolta che arricchisce e accomuna, che ritorna all’origine. Come dicevo all’inizio di queste mie riflessioni mobilitarsi in poesia è necessario e proprio di pochi, pertanto simili pubblicazioni vanno promosse con calore e sostenute a spada tratta sperando che possano costituire un seme nuovo da coltivare, un modello per future varietà (Emilia Barbato).

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