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Opera vincitrice della XXXI edizione del Premio Lorenzo Montano

 

Tag DefCopRL31Linarrivabilemosaico

 

 

 

quale che sia la lingua irriverente

o inalberata in pavidi trasverberi di

senso o solo abbarbicata a sillabazioni

d’antica memoria quali che siano le

lingue forgiate nella bocca del vulcano

e madide di sapida saliva che cola

riversandosi nei solchi già sfibrati dal

transito della lava si tratta sempre di

scegliere il libro più adatto al gesto

che non è stato ancora compiuto          

 

 

 

Il e Ile, ogni volta, come se fosse sempre la prima volta,

   seguono con lo sguardo l’eruzione

cogliendone l’intensità.

 

 

 

**

 

 

 

I corpi, pervasi dalla circolarità, si declinano sulla linea verticale che

taglia il limite slabbrando le bordature. Per meglio divarcare direi, e

direbbero altri. Sempre ignavi, per quanto edotti al disconoscimento.

Sempre rinsaviti, per quanto ignorati e ignoranti, disse île,

come per incitare il testimone a ribadire il suo credo

 

 

il testimone non si fece pregare e aggiunse un tassello

alla saga delle

parole mascherate

 

 

quale che sia il condursi se solo

indotto o congenito o rarefatto

in sapidi sentori esplosi dal cavo

o dai margini poi che allineati

lungodorso i corpi gli sguardi

i libri se mai franati a retrocedere

né più né meno di una cosa che

sia propensiva al tatto tra la

carezza e lo slancio senza una

vera causa di rottura tra le tessere

che compongono l’inarrivabile

mosaico a cui tendere la mano

 

 

 

**

 

 

 

 

Il disse: il tuo corpo è una mappa.

   Da poro a poro le linee lungo le quali transitare e in cui transitarsi.

 

Ile rispose: il tuo corpo è un libro di carne.

   Mi cibo di te leggendoti.

 

 

 

**

 

 

a coltri di lampi come rinviati

a puntuali incontri tra monadi

e nomadi tra scheletri

d’albero che affiorano dalla sabbia

per meglio inciampare e dare un

senso al deserto a strali di folgori

inevase come impresse a fuoco

sul libro dei salti a retrocedere

senza processioni di formiche

a salvare il bottino la coppia della

folgore e del folgorato si rivolge

al coacervo di alghe esplose

dalla tiepida risacca interrogando

i lacci sulla funzione delle ligature

tra il sapido ceppo ove è inciso il

segno rivelatore e la serie dei libri

ove consolidare il contatto

 

 

**

 

Ti sono.

   Fallibile, disse Il.

 

Mi sei.

   Riesco a toccare la tua fallibilità, rispose Ile.

 

 

 

Due, separati in uno.

Due, separati nell’utopia dell’uno.

 

 

Il e Ile : si defilano l’uno dall’altra solo toccandosi.

 

 

**

 

quale che sia il soffio trafelato

come trucco a ornamento come

lusinga se mai dovuta e dolente

ti tocchi e insieme sei toccato

nell’esperienza da reiterare ogni

giorno come se fossero gabbiani

e non aquile gli uccelli che sferzano

l’aria e parli vieni parlato quando

consegnati alla pioggia osserviamo

il dissolversi della muffa sui fusti

che conservano le parole ancora

impronunciate quale che sia l’urlo

espulso all’unisono resterà sempre

vivida l’eco che si dilegua sulle

bordature delle labbra glorificando

il sacro furore della raggiunta armonia

 

 

**

 

 

Scrivere un testo poetico a partire da una parola altra; prose­guire la scrittura come fonte di formazione e deformazione di un nuovo atto significante; addentrarsi nel libro primigenio e riportarne a sé la metamorfosi compiuta di una nuova sostanza. Sebbene la scrittura poetica non abbia luoghi privilegiati di na­scita, ma tutto e tutti, potenzialmente, possano realizzare – con elaborazioni, furti, svuotamenti, ricostruzioni e ogni altro para­digma selettivo – le potenzialità illimitate di questo dire, non c’è dubbio che il gesto comporti una dose di azzardo non co­mune. Se poi l’autore di riferimento è uno scrittore così forte­mente aperto e interrogante come Edmond Jabès, che, a parti­re dalla parola, attraverso la lingua, costruisce il testo arrivando al libro, come conglomerato ampio e stringente dell’impresa umana più audace, allora non si può non restare piacevolmente meravigliati. Ma Enzo Campi è poeta di solido pensiero e di progettualità linguistica costantemente tesa alla sperimentazio­ne e ricerca di significati inesausti, quindi l’opera di Jabès è un approdo, per certi aspetti gravoso, ma ricco di sviluppi e dira­mazioni, e sentito necessario per le sue esplorazioni poetiche. […] Un’opera, dunque, che per essere accolta nella sua pienezza deve trovare una totale disponibilità nell’accostarsi alla do­manda, prolungandosi in essa ma senza affondare, allontanan­do così da sé le rigidità della risposta. Perché se è vero che la parola può far luce, spesso è invece il silenzio a non oscurare. Nel libro (e allo stesso modo in noi, nella nostra solitudine), dice Jabès, la voce sta alla scrittura come il dire sta al testo, e tutto s’intreccia e si apre continuamente, e non c’è spazio, nell’opera autentica, per chiuse definizioni. Enzo Campi, di tutto questo ben cosciente, procede per scelta esemplare dal corpus dei libri di Jabès, e sceglie un’opera apparentemente esigua, ma in realtà fulcro centrale di sintesi di un pensiero, di una scrittura e di narrazione poetica. Per dirla con Roland Barthes, estrae la parola infinitamente vasta che giunge a lui e ne fa la spinta propulsiva per la formazione e lo sviluppo del suo inarrivabile mosaico. […] In uno spazio senza luogo chiamato isola, metafora pensante di una solitudine esistenziale (“gravi­da di fonemi impronunciabili, ci dice Campi), Il e Ile, i pre-iniziali in questo esilio naturale, si volgono ad accogliere il dire mancante che sta nella lingua di una poesia che è sempre voce anteriore di una parola indecidibile. Parola precisa, però, nel suo imprimere il segno della condivisione e del rimescolamen­to di ciò che è l’isola e di ciò che nell’isola sta. (dalla prefazione di Giorgio Bonacini)

 

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