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lastirpedelmare

[…] I mobili erano coperti da lenzuola bianche, le pareti inverdite dalla muffa e ricamate da numerose ragnatele. All’inizio vagammo per il corridoio e per il soggiorno, nel buio carico di umidità, facendo attenzione a non urtare le statuette con le quali i miei genitori avevano riempito la malinconia della casa. L’unica luce in nostro possesso era l’accendino di Melita. Le facce di creta e bronzo che si stagliavano sulle mensole, sembravano allegorie della desolazione nella quale era caduta la dimora. Trovammo delle candele nella vetrina vicino alla finestra. I vetri erano rotti, e il riflesso del fuoco sui frammenti creava dei giochi di luce sul soffitto. Simili a farfalle impazzite vagavano senza meta e senza coscienza. Accendemmo quattro candele, una per ogni angolo della stanza. Avvicinammo due poltrone al camino, e restammo in silenzio.

Credo che entrambi pensassimo a ciò che era successo in paese, e per un po’ ci mescolammo all’oscurità e alle ombre senza farne parola. Fu il freddo a catturare le nostre ossa e a convincerci che era necessario accendere il fuoco. Mio padre teneva la legna nel capanno appena dietro la casa. Di solito faceva delle grandi scorte ed era quindi probabile che là dentro avesse lasciato risorse per almeno un anno. 

Uscimmo dalla porta sul retro.

La pioggia aveva smesso. I tre alberi sui quali mia madre era solita stendere il bucato erano spogli e un po’ contorti, il tempo sembrava averli piegati verso il terreno. Avvicinandomi sentii il sangue gelare…

Sul filo leggermente oscillante del bucato, c’erano i miei vestiti di quando ero bambino, rovinati dalla pioggia e dal vento, avevano perso il colore originario, e avvolti dalle piccole fiamme delle nostre candele, parevano gli abiti di un cadavere.

Melita accolse l’espressione di terrore che portavo in volto, mi prese la testa per appoggiarla sulla sua spalla sinistra e fece per accarezzarmi la fronte. Stavo per piangere. La guardai negli occhi vergognandomi un po’ e lasciando scivolare una mano tra le sue, presi il sentiero che portava al capanno.

Lei restò tra i tronchi, immobile, forse stupita dalla mia reazione. Guardava i vestiti ipnotizzata come una strega di fronte alla sua bragia. Aprii la porta del capanno e mi voltai. Melita era ancora lì, e mi guardava tristemente, come se l’ignobile paura che percorreva il mio sguardo si fosse trasferita nei suoi occhi. Poi dandomi le spalle, rientrò in casa […]

(da Hanno amore, Perdisa, 2010)

**

Il destino
 
 
Le bolle di sapone
contengono le regioni dei sogni
e se le portano dentro
fino ai nostri occhi
e quando ci raggiungono
smettono di sorridere al vento
per essere più trasparenti
e mostrarci con discrezione
dove si è nascosto il destino

Figlio di una festa notturna
e di una meretrice
che conosce i tarocchi e il vino
dà il benvenuto al banchetto del Lunedì
e intrattenendo la follia
trasforma l’inferno in una caramella
buona per quei bambini
che non possono aspettare

*

Terzo fuoco
 
 
Il libro delle visioni che il cielo
Ha scritto nel nostro corpo,
popola la mente di oscure figure.
Il nostro essere fatti interamente di sogno,
non permette alle perle che abbiamo raccolto
nell’ultimo cammino,
di brillare nella nuova esistenza.
Siamo seduti ad un tavolo infinito,
ad imparare la biblioteca dell’eterno
e danziamo tra immagini
che abbiamo dimenticato.
Ho camminato per un anno
Per le vie arcane della mia mente,
fino a giungere senza troppa sorpresa
di fronte a me stesso.
(Erano le vie d’un palazzo infinito)
Ho provato paura nel varcare la soglia,
perché cercando il male nel mondo
per combatterlo, ho trovato la radice dell’anima,
intrisa del veleno della conoscenza.
Giochiamo come bambini con l’invisibile
senza sapere che l’avversario
ha preso una stanza nel nostro cuore.

(da Il libro del mattino, Acquaviva, 2005)

**

Il tamburo della luce
 
 
 
V
Ora voglio andare, la corda
è la mia, Tu devi stringere la pace,
e la grotta piegherà il dolore.

Sono circondato e le mie ossa
sono così preoccupate, da dover
reggere la divina follia.

Posso cercare ancora, infinitamente –
ma quel che resta ogni volta
è meglio nasconderlo alla memoria.

Cosa credi che siano queste parole?

Sulla cima ho nascosto un fiore –
dico davvero un fiore d’ombra
che rinfresca la sera suprema,
ma quanta strada devi percorrere
per giungere al suo profumo?

E quando sarai giunta,
credi che ti potrà bastare?

*

La paura segreta
 
 
II
Come sono miseri i misteri
in cui danziamo,
al mattino il sole sorge
alle mie spalle e l’ombra si sgonfia
sulla punta della penna,
accorpando le pretese.

Resta quello che la notte
si è portata via, resta
quello che abbiamo perduto.

Ascolta, l’uomo riceve
tutti i sogni e l’angelo è crudele
nei pressi delle soglie,
strappa la radice dal singhiozzo,
e non serve meditare…
serve amore non tormento,
silenzio che accarezzi
le ultime schiarite.

Sospirano i travagli nel cammino
Riempiendo l’immagine infinita.

E la croce, il carico, scorrono
nell’essere, nel sospetto che regge
la sentenza.

*

VII
Ammonito nel turbine inafferrabile –
incontro l’infanzia che si espande,
fragranza che giunge silenziosa.

L’infinito si scaglia barbaro
contro la mia natura.

Senza veli mi parla del fiore
che nasce tra le pagine del suicidio.

E la terra accoglie il mio disincanto.

Distinguo ogni paura seppellendo
lo spirito nel paesaggio.

Respingo l’amarezza.
La solitudine che ho tanto amato.

Dovrei fiorire qui, ora,
leggero come la cenere.

In barba ad una verità
con troppe trombe al seguito.

(da Il nome del confine, Joker, 2009)

**

Orizzonte, coscienza
che trasformi il respiro
perché ti nascondi?

La mia piccola eternità
è seminata di baci
d’uva a grappoli, che adorna
tutto quel che mi circonda.

Sono gentile fino al cielo
ospito gli occhi delle onde
d’arancia, rifletto la pancia
superba del sommo sole
e della luna sospiro la falce
profonda che acquieta gl’istinti.

Perché ti nascondi parola
che generi il tempo?
Grande maestra di sinuosità!

Ecco che ci circonda
il trasparente, attinge sincerità
dalle nostre bocche, e periscono
le bocche irradianti pace
all’ombra del fuoco mistico
periscono arditamente
ordinando in cerchi le parole
le guerre e le morti mattutine.

*

Il senso del fuoco
non può sfogliare le nubi
non hanno petali di luce
le vie dei fiumi che ci attraversano
ed imparo a vedere
attraverso le elemosine
il battito dei prodigi
che ci precedono.

Sorgi angelo della misericordia
la miseria cresce nell’amore
le sue figlie sorridenti
ed il tempo
vecchio discorso appropriato
sboccia le voglie
nei nidi appena terminati.

Il racconto perduto
ci fa abbassare il viso
intreccia nuove fioriture
ai nostri spiriti incantati
stringe intorno al suono
il giardino delle lune.

*

Il vento del nord
sostiene la corsa del canto
e non regge il vento
contro il paese del peccato
attenta tutta la notte
la pace degli occhi
veglia le tenebre
che fiaccano la cintura.

È bene sapere cose lievi
di fianco alle fiamme
risolvere la febbre
nel sonno della nuca
pacificare i lamenti
nei sussulti esausti.

Perché aspra e candida
la bella straniera
celebra carni d’oleandro.

Non toccare il diavolo
gambo beato, afferma
il destino ai loro figli
un’anima dal collo bianco
sale dall’etere
e palpita strane stelle
nel volto delle gru…

(da La stirpe del mare, L’arcolaio, 2010)

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