Premio Bologna in Lettere per poesia edita e inedita – V Edizione – 2019 – Il Bando

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PREMIO BOLOGNA IN LETTERE
PER OPERE EDITE E INEDITE DI POESIA
QUINTA EDIZIONE – 2019

Bando pubblico

In occasione della VII edizione del Festival di Letteratura Contemporanea

Bologna in Lettere

il Comitato Promotore
in collaborazione con Marco Saya Edizioni, Millenium Gallery
rende pubblico il bando della V edizione del

“Premio Bologna in Lettere” per Poesia Contemporanea edita e inedita

*

Il Premio è aperto a tutti e si intende attivo a partire dal 08/09/2018.
La scadenza per l’invio degli elaborati è fissata al 15/01/2019.
Al fine di agevolare i lavori delle giurie e per non causare eventuali disguidi si raccomanda agli autori di non concentrare l’invio degli elaborati negli ultimi giorni disponibili.

Le valutazioni dei testi inediti avvengono in forma anonima.
I giudizi delle giurie sono insindacabili e inappellabili.

 

 

NOTA BENE

 

  • Tutte le email con richieste d’iscrizione per poter essere accettate dovranno contenere la seguente dichiarazione:

 

L’autore, con la presente dichiara di aver preso visione e di approvare in tutti i suoi punti il bando del concorso e le modalità di partecipazione. Nel caso di partecipazione alle Sezioni B e C, dichiara inoltre che l’opera è inedita (viene considerata inedita un’opera non pubblicata in forma cartacea). L’opera può essere presentata contemporaneamente ad altri concorsi, ma nell’eventualità di altri premi e riconoscimenti, non può essere pubblicata (né in volume monografico, né in antologie) fino alla comunicazione ufficiale degli esiti del Concorso (per la Sezione B, che prevede come premio la pubblicazione, l’opera non può essere pubblicata, nemmeno in parte, pena l’esclusione). L’autore garantisce, sotto la propria responsabilità, la liceità dei testi dichiarando che l’opera è di sua esclusiva creazione e non lede diritti d’autore altrui, sollevando l’organizzazione del Concorso da qualsiasi responsabilità. L’autore consente l’autorizzazione al trattamento dei propri dati personali (D.L. N°196/2003). Il trattamento dei dati è comunque relativo al solo Premio e ai comunicati informativi sulle attività culturali e artistiche del Festival.

 

  • Per partecipazioni multiple (a più sezioni) è obbligatorio inviare una email per ogni sezione a cui si intende partecipare.

 

SEZIONI IN CONCORSO

Il Premio è diviso in 5 sezioni

Sezione A – Opere edite
Sezione B – Raccolte inedite
Sezione C – Poesie singole inedite
Sezione D – Poesia orale
Sezione E – Poesia visiva & Asemic Writing

 

ELABORATI AMMESSI

 

SEZIONE A (Opere edite)

Poemi, poemetti, sillogi, raccolte di poesia editi dal 2014 al 2018. Sono ammessi testi in altre lingue (o in dialetto) purché corredati di traduzione in italiano.

SEZIONE B (Raccolte inedite)

Poemi, poemetti, sillogi, raccolte di poesia inediti. Sono ammessi testi in altre lingue (o in dialetto) purché corredati di traduzione in italiano.

SEZIONE C (Poesie singole inedite)

Da un minimo di 1 a un massimo di 3 poesie inedite. Sono ammessi testi in altre lingue (o in dialetto) purché corredati di traduzione in italiano.

SEZIONE D (Poesia orale)

Un file audio, in formato Mp3, della durata massima di 3 minuti. Sono ammessi pezzi di sola voce, privi di accompagnamenti musicali e/o rumoristi.

SEZIONE E (Poesia Visiva & Asemic Writing)

Da 1 a 3 opere, in formato JPG, ad alta risoluzione.

 

CONDIZIONI

 

SEZIONE A (Opere edite)

Ad ogni autore e/o editore vengono richiesti un file in formato word o in formato pdf e 1 copia cartacea dell’opera.

 

SEZIONE B (Raccolte inedite)

Ad ogni autore viene richiesto un unico file anonimo in formato word o in formato pdf. I testi dovranno essere inediti. Per inediti si intende mai pubblicati in forma cartacea. Testi apparsi solo in rete sono da considerarsi inediti. Limite minimo 30 pagine – Limite massimo 50/60 pagine.

 

SEZIONE C (Poesie singole inedite)

Ad ogni autore viene richiesto un unico file anonimo in formato word o in formato pdf. I testi dovranno essere inediti. Per inediti si intende mai pubblicati in forma cartacea. Testi apparsi solo in rete sono da considerarsi inediti. Limite massimo N° 3 poesie singole. Lunghezza massima consentita 50 versi (per ogni singola poesia).

 

SEZIONE D (Poesia orale)

Ad ogni autore viene richiesto un unico file audio in formato Mp3. Il testo può essere sia edito che inedito. Limite massimo di durata 3 minuti.

 

SEZIONE E (Poesia Visiva & Asemic Writing)

Ad ogni autore viene richiesto un file formato JPG in alta risoluzione per ognuna delle opere inviate.

 

 

MODALITÀ DI INVIO
(per partecipazioni multiple è obbligatorio inviare una email per ogni sezione a cui si intende partecipare)

 

SEZIONE A (Opere edite)

(doppio invio sia telematico che cartaceo)

INVIO TELEMATICO

Formato elettronico come allegato pdf o word all’indirizzo concorsi@bolognainlettere.it con oggetto “Premio Bologna in Lettere – sezione A”. L’elaborato dovrà essere inviato entro il 15/01/2019. Allo scopo di agevolare le procedure di registrazione è obbligatorio allegare copia della ricevuta del versamento. Il corpo della email dovrà comunque contenere nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, recapito telefonico, titolo dell’opera e dichiarazione di accettazione delle norme.

INVIO CARTACEO

N° 1 copia dell’opera da inviare, per posta ordinaria (posta 4 pro o piego di libri; non effettuare spedizioni a mezzo raccomandata), a Comitato Bologna in Lettere C/O, Enzo Campi, Centro Postale Operativo, Sezione Videocodifica, Via Piccard 14, 42124 Reggio Emilia

 

SEZIONE B (Raccolte inedite)

INVIO TELEMATICO

Formato elettronico come allegato word o pdf all’indirizzo concorsi@bolognainlettere.it con oggetto “Premio Bologna in Lettere – sezione B”. Gli elaborati dovranno essere inviati, in un unico file anonimo entro il 15/01/2019. Allo scopo di agevolare le procedure di registrazione è obbligatorio allegare copia della ricevuta del versamento. Il corpo della email dovrà comunque contenere nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, recapito telefonico, titolo dell’opera e dichiarazione di accettazione delle norme.

SEZIONE C (Poesie singole inedite)

INVIO TELEMATICO

Formato elettronico come allegato word o pdf all’indirizzo concorsi@bolognainlettere.it con oggetto “Premio Bologna in Lettere – sezione C”. Gli elaborati dovranno essere spediti, in un unico file anonimo, entro il 15/01/2019. Allo scopo di agevolare le procedure di registrazione è obbligatorio allegare copia della ricevuta del versamento. Il corpo della email dovrà comunque contenere nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, recapito telefonico, titolo dell’opera e dichiarazione di accettazione delle norme.

 

SEZIONE D (Poesia orale)

INVIO TELEMATICO

Formato elettronico come allegato Mp3 (è preferibile usare piattaforme come WeTransfer o simili) all’indirizzo poesiaorale@bolognainlettere.it con oggetto “Premio Bologna in Lettere – sezione D”. Gli elaborati dovranno essere spediti entro il 15/01/2019. Allo scopo di agevolare le procedure di registrazione è obbligatorio allegare copia della ricevuta del versamento. Il corpo della email dovrà comunque contenere nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, recapito telefonico, titolo dell’opera e dichiarazione di accettazione delle norme.

 

SEZIONE E (Poesia visiva & Asemic writing)

Formato elettronico come allegato Jpg ad alta qualità all’indirizzo poesiavisiva@bolognainlettere.it con oggetto “Premio Bologna in Lettere – sezione E”. Gli elaborati dovranno essere spediti entro il 15/01/2019. Allo scopo di agevolare le procedure di registrazione è obbligatorio allegare copia della ricevuta del versamento. Il corpo della email dovrà comunque contenere nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, recapito telefonico, titolo dell’opera e dichiarazione di accettazione delle norme.

 

PREMI

SEZIONE A POESIA EDITA

La giuria individuerà 6 finalisti tra i quali verrà poi decretato il vincitore. Al primo classificato verrà corrisposto un premio in denaro. Tutti gli autori finalisti riceveranno un attestato e saranno presentati criticamente nel corso della cerimonia di premiazione che avrà luogo nel mese di maggio 2019.

 

SEZIONE B RACCOLTE INEDITE

La giuria individuerà 6 finalisti tra i quali verrà poi decretato il vincitore. Al primo classificato verrà assegnata la Pubblicazione gratuita dell’opera a cura di Marco Saya Edizioni. L’opera vincitrice verrà presentata criticamente nel corso della cerimonia di premiazione. Alcuni estratti delle opere classificate dal secondo al sesto posto verranno assemblati in un e-book con scheda e presentazione critica che verrà pubblicato on line su piattaforma issuu e potrà essere scaricato gratuitamente sul sito del festival. Tutti gli autori finalisti riceveranno un attestato e saranno presentati criticamente nel corso della cerimonia di premiazione che avrà luogo nel mese di maggio 2019.

 

SEZIONE C POESIE SINGOLE INEDITE

La giuria individuerà 6 finalisti tra i quali verrà poi decretato il vincitore. Al primo classificato verrà corrisposto un premio in denaro. Gli autori delle opere classificate dal secondo al sesto posto riceveranno un attestato e saranno presentati criticamente nel corso della cerimonia di premiazione che avrà luogo nel mese di maggio 2019.

 

SEZIONE D POESIA ORALE

La giuria individuerà 8 finalisti che saranno invitati ad eseguire la propria poesia dal vivo nel mese di maggio 2019. Il vincitore verrà decretato nel corso dell’evento e riceverà un premio in denaro.

 

SEZIONE E POESIA VISIVA & ASEMIC WRITING

La giuria individuerà 3 vincitori, le cui opere verranno esposte in una mostra dedicatadella durata di una settimana nel corso delle manifestazioni del festival nel mese di maggio presso la Millenium Gallery in Via Riva di Reno 77/A. Inoltre le opere vincitrici verranno pubblicate sulla rivista di critica e linguaggi di ricerca Utsanga.

 

ALTRI PREMI

Per le sezioni A-B-C la giuria si riserva il diritto di conferire una serie di segnalazioni alle opere più meritevoli. Gli autori segnalati riceveranno un attestato e saranno invitati a partecipare al reading collettivo che inaugurerà la stagione di eventi successiva (settembre/ottobre 2019). Inoltre il presidente delle giurie si riserva il diritto di conferire direttamente uno o più premi speciali per ognuna delle sezioni. I vincitori dei premi speciali riceveranno un attestato e verranno presentati criticamente nel corso del reading di cui sopra.

 

QUOTE D’ISCRIZIONE

A parziale copertura delle spese di gestione il Premio prevede quote d’iscrizione così distribuite

Sezione A – Opera edita – 10 euro
Sezione B – Raccolte inedite – 15 euro
Sezione C – Poesie singole inedite – 15 euro
Sezione D – Poesia orale – 15 euro
Sezione E – Poesia visiva & Asemic writing – 15 euro

 

La partecipazione a 2 sezioni prevede una tassa d’iscrizione complessiva di 20 euro. La partecipazione a 3 sezioni prevede una tassa d’iscrizione complessiva di 30 euro. La partecipazione a 4 sezioni prevede una tassa d’iscrizione complessiva di 35 euro. La partecipazione a 5 sezioni prevede una tassa d’iscrizione di 40 euro.

Gli editori che intendono iscrivere più opere possono contattare direttamente la segreteria del Premio che illustrerà le modalità agevolate di partecipazione.

 

I versamenti sono da effettuare esclusivamente a mezzo bonifico a favore di

BOLOGNA IN LETTERE – B.I.L.

Banca: UNICREDIT SPA – BOLOGNA VIA BELLARIA
Codice Iban: IT24O0200802461000103539948
Codice BIC/SWIFT: UNCRITM1PN1

 

ESITI

Gli esiti del Premio verranno comunicati pubblicamente entro il 10/04/2018 sul sito di Bologna in Lettere, sulla pagina facebook del Festival e su vari canali telematici.

La cerimonia di premiazione avrà luogo nel mese di maggio 2019, in data da destinarsi.

 

Per info 328 194 9252 – info@bolognainlettere.it

 

Composizione delle giurie

SEZIONE A
Daniele Barbieri, Sonia Caporossi
Giusi Montali, Enea Roversi, Enzo Campi

SEZIONE B
Daniele Poletti, Andrea Donaera, Francesca Serragnoli
Marco Saya, Fabio Michieli

SEZIONE C
Francesca Del Moro, Loredana Magazzeni, Antonella Pierangeli
Maria Luisa Vezzali, Giacomo Cerrai

SEZIONE D
Lello Voce, Dome Bulfaro, Nicolas Cunial

SEZIONE E
Mariangela Guàtteri, Francesco Aprile, Daniele Poletti

 

PRESIDENTE DELLE GIURIE
Enzo Campi

 

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Premio Bologna in Lettere – IV Edizione – Note critiche Sezione C – Poesie singole inedite

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Premio Bologna in Lettere

IV edizione

2018

 

 

SEZIONE C

Poesie singole inedite

Presidente della giuria

Enzo Campi

Giurati

Francesca Del Moro, Loredana Magazzeni, Giacomo Cerrai

Antonella Pierangeli, Maria Luisa Vezzali

FINALISTI

Elena Cattaneo, Mi culla mia madre

Fabrizio Bregoli, Alba pratalia

Mara Mattoscio, L’inascoltato, la rotaia è ciò che resta

Andrea Donaera, Il padre. Un’ustione

Elena Micheletti, Alzheimer

Alessandro Silva, Il cuore di mio figlio

PRIMO CLASSIFICATO

Andrea Donaera, Il padre. Un’ustione

 

 

 

 

 

 

ANDREA DONAERA

Il padre. Un’ustione

 

Se bisogna che la cosa si perda per essere rappresentata, “Il padre. Un’ustione” del poeta pugliese Andrea Donaera rappresenta un esatto meccanismo testuale in tre tempi per l’accerchiamento della perdita. Un meccanismo che utilizza la forma triadica non per tendere a un impossibile processo dialettico, bensì per mettere in gioco il martirio del soggetto simbolico attraverso la compilazione di un catalogo affettivo (i fumetti, i presepi, le matite, i temperini…) come regressione al profondo, complice la convocazione di tre autori esemplari della chiusura edipica: un contemporaneo esplicitato in esergo (Michele Mari, «adesso poteva tornare, e seppellirsi nel letto») e due pietre fondanti del moderno con le allusioni iniziali della «blatta sul tuo cuscino» (Kafka) e della «fontana tutta sangue» (Baudelaire). Nella prima sezione il «Grande Altro» paterno è già irrimediabilmente perduto all’esperienza e introiettato nell’immaginazione: «Ti immagino, ormai: e basta». La scrittura, per quanto franta, si trattiene all’interno della consolazione retorica, con la disseminazione di versi tradizionali, le anafore, le epifore, le ripetizioni che alludono al liturgico dell’atto di dolore («e quanto mi pento, quanto mi pento»). La seconda parte estremizza la regolarità metrica costruendosi di prevalenza sull’endecasillabo, ma tematicamente introduce i materiali sdrucciolosi dell’onirico. Qui il paesaggio si sfalda nell’acqueo («mare marcio», «meduse tremule»), ma il risultato dell’immersione in questo «bagnare incessante» è, concorde al discorso bilogico del sogno, un precipitato di polvere. Si arriva così alla terza sezione, dove è messo in scena l’agon («la lotta è… per non riconoscerti») e il destino di conflitto sbaraglia il verso per tramutarlo in un flusso continuo, o piuttosto continuamente interrotto da parentesi quadre, tonde, più che chiuse «socchiuse», virgole, il cozzo dei mai e dei sempre, tra sgretolamento e ricomposizione fino alla sospensione finale del soggetto in un’infanzia pietrificata nel desiderio («pulisci il mio mento sporco di gelato»). (Maria Luisa Vezzali)

 

 

 

ELENA CATTANEO

Mi culla mia madre

 

 

I tre testi offerti alla lettura da Elena Cattaneo ci dicono la complessità di una condizione esistenziale, quella delle donne, che non si limita a circoscrivere un orizzonte esperienziale privato ma si allarga a comprendere una più vasta umanità, fatta di solidarietà e condivisione. La carezza della madre che non riesce a toccare la pelle della figlia (Mi culla mia madre, /sono sfera rassicurante./ Non mi accarezza,/ sono fatta di idee, /ritagli di riviste./Senza ossa) diviene urticante tocco d’ortica, impossibilità di cammino sicuro (Questa donna ha mani d’ortica/ braccia imbavagliate/ piedi di sirena), ma anche riconoscimento di altri corpi, altre maternità lontane da noi eppure presenti e vive, della poesia “Antipodi”: (Ecco la mia carezza/ a dire che siamo uguali,/ madri agli antipodi,/sorelle nel cuore). Lo fa con una modalità di racconto visionaria e crudele: la visione non è affrontabile senza dolore, a molti “buca gli occhi”, diventa quell’Immemorabile dire che attiene alla perenne ricerca di sé e dunque alla poesia. Poesia che si guarda bene dallo scivolare liquido e inoffensivo del poetese, ma cerca snodi, slogature, punti di sutura che saltano per dire la complessa realtà del presente e le sue contraddizioni. (Loredana Magazzeni)

 

 

ELENA MICHELETTI

Alzheimer

 

 

Cos’è che caratterizza la poesia di Elena Micheletti? Forse una certa capacità di rappresentare che il mondo non è che una costellazione di frammenti di dolore, ciascuno dei quali ha bisogno di essere ridotto ad un lacerto comprensibile, o forse soltanto umanamente sostenibile, da  chi sia capace di volgervi uno sguardo consapevole, che va come quello di Elena dalla periferia del paesaggio al centro delle cose. Elena crede che la poesia serva anche a questo, proprio perché capace di evadere da un recinto tristemente razionale, anche quando sembra che non ci sia niente di ragionevole in certi accidenti della vita, per raggiungere una dimensione più alta, forse mitica. Ed ecco ad esempio che un fatto drammatico come una donna, forse una madre, colpita dall’ Alzhheimer, ridotta a una bambola che gioca con le bambole, viene sublimato in un delicato ritorno all’infanzia e ai suoi segni, ad una innocenza che tuttavia non può essere priva di rimpianti perché non cancella il dolore di chi scrive. La poesia di Micheletti è insomma sostenuta da una pietà naturale non priva di speranza, che non cede a nessun patetismo o a crepuscolari malinconie e che non si compiace nemmeno quando l’autrice parla di sé stessa e delle sue afflizioni, e da una notevole capacità di condensazione emotiva, che si esprime anche per mezzo di un linguaggio leggero ed essenziale. (Giacomo Cerrai)

 

 

 

 

FABRIZIO BREGOLI

Alba pratalia

 

 

La poesia di Fabrizio Bregoli, ombreggiata da un vivo senso della labilità delle cose e della loro fuggevolezza, è percorsa da un’ innata attrazione nei confronti della parola e del linguaggio, visti non più come strumento di dominio e controllo della realtà, ma come entità distruttrici che s’alimentano di finzione e di maschere in un desertico baluginare di vuoto: ”Anche il bianco sa ferire, s’annida/ un buio in quel suo lucore d’ossa.”(Alba pratalia). Disseminato di enigmi, perpetuamente alla ricerca di epifanie minime in una mancanza originaria di appartenenza, il versificare di Bregoli si distende in silenzi trattenuti, straniati da una sorta di inarticolato horror vacui che, nella biancheggiante apertura del bellissimo Alba pratalia, accompagna in dissolvenza il meccanico accanirsi della parola verso un graduale processo di dilatazione fonica. L’esigenza estetica da cui prende impulso la poesia di Fabrizio Bregoli non muove infatti dalla ricerca di una voce poetica depurata, siderale, lontana dal lessico della comunicazione quotidiana, ma dal dato sensoriale, dall’immanenza dei luoghi e dei personaggi che bussano alle porte del poetico per essere poi trasferiti sul bianco della pagina attraverso un impasto di immagini e suono: “C’è un mondo che reclama, un accadere/ indenne, laterale: il rinnovato/ corteo delle formiche, compiaciute/ della loro briciola…” (Alba pratalia).  E’ proprio l’osservazione di tutto ciò che cade nel giro dello sguardo, e che misura la finitezza della propria rovina, a rendere transitabile la parola e a far sì che si ricongiunga al proprio oggetto, attraverso una tensione lessicale che vede muoversi simultaneamente ritmo e timbro. La poesia si contrassegna infatti  per un’attenzione elettiva alla tecnica, sul filo d’una sapienza formale impercettibile, volta a costruire il verso con un’accurata opera di cesellatura, che disegna differenti piani, creando un affascinante e spericolato giuoco d’intersezioni e di rimandi, quasi che il filo del discorso si insegua e ricada continuamente su se stesso, procedendo a spirale piuttosto che in linea retta, vivisezionando il poeta stesso, in un continuo ed illuminante intersecarsi di poetica, meditazione critica ed autoriflessione. Si colgono, nei bellissimi testi qui presentati Alba prataliaIRINA KRATULOVA (Donor No. 34576148-2, BioTexCom* Inc. – Kiev), Pancabbestia, moduli compositivi desolatamente intessuti di una leggerezza tragica, quasi espressionista, coagulata in un roccioso realismo delle immagini che si stempera nella pur presente concretezza delle cose e nella sua aspra dissonanza: ”La dotazione è minima: un violino/ tarlato, un labrador, fornello a gas:/ numeri d’un terno mancato.” (Pancabbestia). Qui la desolazione spettrale di un viaggio al limite della sopravvivenza evoca un vitalismo macabro, dai tratti oscuri di un bagaglio coatto e difforme con cui affrontare l’esistere, manifestando montalianamente una  lontana funzione salvifica attraverso la memoria del reale “spilla da balia che raccorda/ il cielo al nulla” (Pancabbestia). L’immagine feticcio di questi testi, tutta giocata sulla connotazione di “un accadere prima che scada il tempo d’una conta” (Alba Pratalia metafora, d’altronde, dello sgranarsi del tempo come per un implodere e contrarsi di macerie e rovine) ha la consapevolezza amara e implacabile di uno stile che spazia senza sussulti dal registro alto a quello quotidiano, secondo un modus scribendi proprio di tutti i testi di Bregoli:”Qui si sconfina come a terra franca la satira di un sole, o la sua surroga” (IRINA KRATULOVA (Donor No. 34576148-2, BioTexCom* Inc. – Kiev). E’ proprio in questo spazio disumano, sapientemente contaminato di suggestioni inquietanti, sottese al tema della labilità irreversibile e tragicamente rivissuta di uomini e cose, che la poesia di Bregoli appare sempre più intessuta di echi fittissimi, che sovente gli servono per evocare scenarî di squallida e grigia quotidianità, di ascendenza eliotiana, nei quali le figure stesse della realtà, smessa ogni suggestione lirica, sono solo una pallida immagine dell’inferno terreno, la cui ambientazione è quella delle traiettorie desolate e livide di hopperiana nostalgia. Metafora e luogo elettivo d’una disperata vitalità, costituita per metà dal transitorio, dal fuggitivo e dal contingente, e per l’altra metà dall’eterno e dall’immutabile, la poesia di Bregoli lavora a strappare alle immagini del tempo la loro temporalità di eterno presente, costituendosi frammento distonico di una memoria simulacro di quell’aporia del nulla  che entra nel campo della poesia solo quando si allontana dal contingente. Passato e presente si allineano dunque in uno speciale tempo dilatato, bergsoniano, che viene a raggelarci in una modernità folgorante, costringendoci nel battito marziale di una dislocata lontananza solo apparente, come “la solitudine di tutte le porte/ dove ho costretto l’esilio dei passi.” (Antonella Pierangeli)

 

 

MARA MATTOSCIO

L’inascoltato, la rotaia è ciò che resta

 

 

I tre testi presentati da Mara Mattoscio appaiono omogenei, come tre movimenti di un unico poemetto. Ad accomunarli sul piano dello stile è l’utilizzo di un linguaggio ricercato e denso di figure del significante e del significato nonché la vivacità grafica data da versi e strofe di lunghezze e allineamenti differenti e dall’utilizzo di segni grafici quali barre oblique e trattini. Questi ultimi frammentano il discorso facendo coesistere possibili segmentazioni di lettura e suggerendo la possibilità di interpretare i versi come composti a loro volta di unità minori, sorta di sotto-versi. Sul piano tematico, la costante che lega i tre componimenti può essere individuata nella tensione verso una comunicazione che appare per molti versi frustrata. Già la parola “monologo” che dà uniformità ai titoli presuppone un unico parlante piuttosto che uno scambio, un parlante che fin dall’inizio sappiamo inascoltato. Termine, questo, a cui in realtà possiamo riconoscere una duplice valenza così come ad altre espressioni utilizzate nei testi: l’inascoltato da intendersi come sostantivo coincide con “il parlatore”, ma come aggettivo si riferisce a quell’oceano che rappresenta l’immensità dell’inesprimibile, dell’incomunicabile, potremmo dire dell’inconoscibile, che sfugge alla trasposizione verbale. L’oceano tra una conversazione e l’altra è ciò che vanifica gli sforzi del parlatore e dell’ascoltatore, già negati peraltro dalla parola “inesistente” che in posizione di quasi-anafora introduce le prime due strofe. Questa è a sua volta passibile di due interpretazioni: da un lato è ciò che non esiste e dall’altro, filosoficamente, ciò che inesiste. Viene il sospetto che sia il parlatore, che ci parla, sia l’ascoltatore deputato ad accogliere la nostra urgenza espressiva siano da individuarsi in qualche entità superiore, in qualche Dio, oppure, cosa non troppo diversa, un sé virtuale che possa “dire tutte / di luce le parole”, come recita un verso della seconda poesia. Il “dire” resta quindi un anelito, avente del resto come obiettivo l’opera, che con ironia viene catalogata nelle forme di “sovraromanzo supertrattato iperpoema” e “vita detta non detta o poco detta”. Qui si riconoscono i due stereotipati poli letterari, ovvero il tentativo di trascendere, esagerare, sublimare (sovra- super- iper-) oppure fare i conti con la vita nelle varie gradazioni con cui questa si rivela (contrapposizione che si riflette tra il sé virtuale in trionfo sulle idee e il sé di corpo trafitto dalla gente). L’ironia non manca in questi versi elaborati e si può percepire nella scelta del verbo “vociare” cui segue la serie allitterante “sillaba sibilo o silenzio”. Mentre le prime poesie si incentrano sulla dinamica del dire, l’ultimo componimento si arricchisce di elementi più concreti, dipingendo meticolosamente un contesto geografico con un procedimento a vortice che chiama e richiama in causa gli stessi elementi: il centro, i confini o margini, i monti e il mare con il porto. E i briganti, che compaiono più volte, protagonisti della storia. Il titolo ci rimanda alle cronache del brigantaggio in Abruzzo, che nella storia d’Italia ebbe spesso risvolti insurrezionali. Ma anche qui torna il tema dell’inascoltato con l’espressione “grande orecchio” già presente nella prima poesia. Un orecchio che, con una sinestesia, è definito “muto” e, ancora, ignaro. All’orecchio viene attribuito un atteggiamento proprio di un corpo intero, in cui si può riconoscere quello della vittima di un’esecuzione sommaria. Se l’orecchio lega il terzo componimento al primo, è il termine “seduta” a ricollegarsi al secondo, segnando il precipitare del ritmo nel fallimento. Nella seconda poesia, sulla sedia d’osso del “mai accadere” il tentativo di dire si smorza in un “lento, bianco, ammutolire” – si pensa allo “scendere nel gorgo muti” di pavesiana memoria – il terzo componimento si chiude con l’identificazione tra l’io e una Medusa seduta nella Storia, laddove la medusa stessa ha la duplice valenza di creatura acquatica (qui preceduta da altre specie) e di Gorgone mitologica, muta presenza passiva, che rimane in silenzio mentre si odono solo annunci di futuri immaginari gridati dai gabbiani. (Francesca Del Moro) 

 

 

 

ALESSANDRO SILVA

Il cuore di mio figlio

 

 

Una delle cifre stilistiche di Alessandro Silva sta nella capacità di ripensare e rielaborare in maniera articolata e coerente l’eredità trasmessa dalla storia, dal mito, dalle arti. Un procedimento tutt’altro che originale di per sé ma che nei versi di Silva si arricchisce sempre di particolare inventiva attingendo sovente a tradizioni poco diffuse. In questo caso il collante tra i testi presentati è dato dalla religione cristiana che, se da un lato è spogliata della sua aura di sacralità (dissacra è infatti una delle parole che aprono la prima poesia), non è tuttavia completamente ribaltata o satireggiata. Il tono liturgico è già impostato sin dal primo componimento dedicato a un’epifania mattutina, che si apre e si chiude con l’ammissione della nostra pochezza, del nostro essere biblicamente polvere. I versi di Franco Loi citati in epigrafe si fanno portavoce di questa dichiarazione di umiltà e il poeta giunge a sposarla con parole proprie alla fine, ricordando sé stesso come bambino religioso, ma meno generoso di un ateo, ovvero un “niente di memoria del Suo sangue”. Qui viene messa in dubbio la bontà della fede, una prospettiva già delineata dai versi precedenti in cui una serie di Angeli non crea bellezza ma entra in sintonia con la scompostezza del mattino, svergognato nei rumori e nella materialità del dormiveglia, nel disordine del letto. Il volo di Angeli che sputano calce e poi si mutano in pietre castigatrici non è che uno dei molteplici riferimenti biblici in questa sorta di anti-estasi mattutina, dalla scala di Giacobbe alla risurrezione di Lazzaro o di Cristo, dagli agnelli che rimandano al sacrificio di Isacco, fino agli episodi di Sodoma e Gomorra. Motivi religiosi sono presenti anche nella seconda poesia in cui l’essere umano si sposta dal centro dell’universo per confrontarsi con le altre creature, in questo caso i cani, esseri dotati di arcane capacità percettive, dato che “stanno coi nomi dei morti e capiscono il modo in cui si consuma lo spazio bianco delle cose”. Ma i cani hanno un’altra qualità che li rende superiori agli esseri umani: la fiducia. Sta a noi apprenderla da loro, mentre restiamo invischiati nell’eterna lotta tra bene e male, uno scontro che da spirituale diviene fisico, vedendo come antagonisti i demoni malati che ci cuciamo in corpo e il cuore di spine in fiamme di Gesù frenato nella nostra gola. Il cuore torna nel titolo dell’ultima poesia, suggerendo un’identificazione tra “mio figlio” e il figlio di Dio. Nell’immagine del corpo sovrastante un abisso, di cui si colgono solo la schiena e le braccia, sembrano profilarsi la forma della croce e la statua del Cristo Redentore di Rio de Janeiro. Questa figura sospesa sul vuoto, in cui Dio e l’uomo vengono infine a coincidere, si staglia al centro dell’ultima poesia che insegue il linguaggio della terza cantica dantesca (i tre componimenti potrebbero in effetti riprodurre la scansione dell’oltremondo dantesco), nel tentativo di dire l’indicibile paradisiaco attraverso immagini di grande bellezza: “la mira perfetta del cielo brilla”; “il precipizio di luceargento”, “la cima del fiore che gela orbite / in moto di particelle antiche”. Ma in questi versi pieni di luce, non manca la consapevolezza della nostra miseria. Sotto un cielo post-apocalisse il cui splendore è sporcato da piume lacere e insetti senz’ali, l’uomo sale al fiore sublime ma resta piccola creatura, insignificante, un seme minuscolo e sfibrato che tuttavia si richiama al Seme divino citato nella prima poesia e ha in sé la facoltà di generare.  (Francesca Del Moro) 

Bologna in Lettere 2018 – Dislivelli – Artaud il supplizio della lingua

FACTORYBO_300_RGBVENERDÌ 4 MAGGIO

FACTORYBO Via Castiglione 26 ore 20.00

ARTAUD DAY

Presentazione del volume monografico

Artaud Il supplizio della lingua

di Enzo Campi (Marco Saya Edizioni)

COP x ARTAUD

Incontro con Carlo Pasi, Pasquale Di Palmo, Enzo Campi

Cura e moderazione Vito Bonito

Pasi y

di palmo ycampi ybonito y

Le foto di Enzo Campi e Vito Bonito sono di Dino Ignani

logo 2018 dis

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Enzo Campi – phénoménologie

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etc

et

e

la progressione in calando aiuta non poco.

ma noi sappiamo che non ci si può imbastardire

praticando la logica formale.

 

l’unica procedura di risoluzione è un

anello

potenzialmente neutro.

*

continua a leggere qui

http://frequenzepoetiche.altervista.org/enzo-campi-phenomenologie/

 

cop-fronte phenom

Enzo Campi, passaggi da Il Verbaio – dettati per (e)stasi a delinquere

Un Posto di vacanza

enzo-campi Enzo Campi

precipitarsi

nella botola

in proscenio

e continuare

a vociarsi

in assenza

di corpo

non è più l’io

che parla

ma la sola voce

che ne restituisce

l’assenza e la dissoluzione

*

prélude

(anesthésiant)

non ci sono chiavi più o meno adatte

per prima cosa lo spasmo

di pari passo con il tonfo

l’uno elettrico             l’altro sordo

poi la retina

irrimediabilmente

c i r c o n c i s a

dalla

            luce

la latenza singhiozza

un baluginio di garbugli di voci

la latitanza favorisce

l’appropriazione indebita

*

una pausa di bianco

tenue e irriverente

circola nelle trame

increspando l’auramara

in cui eternarsi

a guisa d’incompiuto

e come novello Caronte

sempre sotteso all’invalicato

traghetta la fronda

da pagina a pagina

imprimendo il peso

nel solco

che ne preserverà il verbo

 

*

 

angoisse d’une seule fin

 

 

come i residui di limo

avviluppino la fronda

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L’inarrivabile mosaico

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Opera vincitrice della XXXI edizione del Premio Lorenzo Montano

 

Tag DefCopRL31Linarrivabilemosaico

 

 

 

quale che sia la lingua irriverente

o inalberata in pavidi trasverberi di

senso o solo abbarbicata a sillabazioni

d’antica memoria quali che siano le

lingue forgiate nella bocca del vulcano

e madide di sapida saliva che cola

riversandosi nei solchi già sfibrati dal

transito della lava si tratta sempre di

scegliere il libro più adatto al gesto

che non è stato ancora compiuto          

 

 

 

Il e Ile, ogni volta, come se fosse sempre la prima volta,

   seguono con lo sguardo l’eruzione

cogliendone l’intensità.

 

 

 

**

 

 

 

I corpi, pervasi dalla circolarità, si declinano sulla linea verticale che

taglia il limite slabbrando le bordature. Per meglio divarcare direi, e

direbbero altri. Sempre ignavi, per quanto edotti al disconoscimento.

Sempre rinsaviti, per quanto ignorati e ignoranti, disse île,

come per incitare il testimone a ribadire il suo credo

 

 

il testimone non si fece pregare e aggiunse un tassello

alla saga delle

parole mascherate

 

 

quale che sia il condursi se solo

indotto o congenito o rarefatto

in sapidi sentori esplosi dal cavo

o dai margini poi che allineati

lungodorso i corpi gli sguardi

i libri se mai franati a retrocedere

né più né meno di una cosa che

sia propensiva al tatto tra la

carezza e lo slancio senza una

vera causa di rottura tra le tessere

che compongono l’inarrivabile

mosaico a cui tendere la mano

 

 

 

**

 

 

 

 

Il disse: il tuo corpo è una mappa.

   Da poro a poro le linee lungo le quali transitare e in cui transitarsi.

 

Ile rispose: il tuo corpo è un libro di carne.

   Mi cibo di te leggendoti.

 

 

 

**

 

 

a coltri di lampi come rinviati

a puntuali incontri tra monadi

e nomadi tra scheletri

d’albero che affiorano dalla sabbia

per meglio inciampare e dare un

senso al deserto a strali di folgori

inevase come impresse a fuoco

sul libro dei salti a retrocedere

senza processioni di formiche

a salvare il bottino la coppia della

folgore e del folgorato si rivolge

al coacervo di alghe esplose

dalla tiepida risacca interrogando

i lacci sulla funzione delle ligature

tra il sapido ceppo ove è inciso il

segno rivelatore e la serie dei libri

ove consolidare il contatto

 

 

**

 

Ti sono.

   Fallibile, disse Il.

 

Mi sei.

   Riesco a toccare la tua fallibilità, rispose Ile.

 

 

 

Due, separati in uno.

Due, separati nell’utopia dell’uno.

 

 

Il e Ile : si defilano l’uno dall’altra solo toccandosi.

 

 

**

 

quale che sia il soffio trafelato

come trucco a ornamento come

lusinga se mai dovuta e dolente

ti tocchi e insieme sei toccato

nell’esperienza da reiterare ogni

giorno come se fossero gabbiani

e non aquile gli uccelli che sferzano

l’aria e parli vieni parlato quando

consegnati alla pioggia osserviamo

il dissolversi della muffa sui fusti

che conservano le parole ancora

impronunciate quale che sia l’urlo

espulso all’unisono resterà sempre

vivida l’eco che si dilegua sulle

bordature delle labbra glorificando

il sacro furore della raggiunta armonia

 

 

**

 

 

Scrivere un testo poetico a partire da una parola altra; prose­guire la scrittura come fonte di formazione e deformazione di un nuovo atto significante; addentrarsi nel libro primigenio e riportarne a sé la metamorfosi compiuta di una nuova sostanza. Sebbene la scrittura poetica non abbia luoghi privilegiati di na­scita, ma tutto e tutti, potenzialmente, possano realizzare – con elaborazioni, furti, svuotamenti, ricostruzioni e ogni altro para­digma selettivo – le potenzialità illimitate di questo dire, non c’è dubbio che il gesto comporti una dose di azzardo non co­mune. Se poi l’autore di riferimento è uno scrittore così forte­mente aperto e interrogante come Edmond Jabès, che, a parti­re dalla parola, attraverso la lingua, costruisce il testo arrivando al libro, come conglomerato ampio e stringente dell’impresa umana più audace, allora non si può non restare piacevolmente meravigliati. Ma Enzo Campi è poeta di solido pensiero e di progettualità linguistica costantemente tesa alla sperimentazio­ne e ricerca di significati inesausti, quindi l’opera di Jabès è un approdo, per certi aspetti gravoso, ma ricco di sviluppi e dira­mazioni, e sentito necessario per le sue esplorazioni poetiche. […] Un’opera, dunque, che per essere accolta nella sua pienezza deve trovare una totale disponibilità nell’accostarsi alla do­manda, prolungandosi in essa ma senza affondare, allontanan­do così da sé le rigidità della risposta. Perché se è vero che la parola può far luce, spesso è invece il silenzio a non oscurare. Nel libro (e allo stesso modo in noi, nella nostra solitudine), dice Jabès, la voce sta alla scrittura come il dire sta al testo, e tutto s’intreccia e si apre continuamente, e non c’è spazio, nell’opera autentica, per chiuse definizioni. Enzo Campi, di tutto questo ben cosciente, procede per scelta esemplare dal corpus dei libri di Jabès, e sceglie un’opera apparentemente esigua, ma in realtà fulcro centrale di sintesi di un pensiero, di una scrittura e di narrazione poetica. Per dirla con Roland Barthes, estrae la parola infinitamente vasta che giunge a lui e ne fa la spinta propulsiva per la formazione e lo sviluppo del suo inarrivabile mosaico. […] In uno spazio senza luogo chiamato isola, metafora pensante di una solitudine esistenziale (“gravi­da di fonemi impronunciabili, ci dice Campi), Il e Ile, i pre-iniziali in questo esilio naturale, si volgono ad accogliere il dire mancante che sta nella lingua di una poesia che è sempre voce anteriore di una parola indecidibile. Parola precisa, però, nel suo imprimere il segno della condivisione e del rimescolamen­to di ciò che è l’isola e di ciò che nell’isola sta. (dalla prefazione di Giorgio Bonacini)

 

Premio Montano – XXXI Edizione – Il forum di Anterem

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LocandinaForum

 

PROGRAMMA DEL FORUM

 

 

A CURA DI AGOSTINO CONTÒ, FLAVIO ERMINI E RANIERI TETI

 

 

 

sabato 11 novembre, mattino

 

ore 10.00-10.15

INAUGURAZIONE DEL FORUM ANTEREM

Saluti delle Autorità

*

ore 10.15-11.00

«IO NON DIPINGO, SCRIVO»

ROBERTO SANESI

POETA, TRADUTTORE, ARTISTA VISIVO

Mostra a cura di Agostino Contò e Gloria Rivolta

Relatori: Agostino Contò, Massimo Scrignoli

*

ore 11.00-12.00

FIGURE DELL’IMMAGINAZIONE

Interventi creativi e teorici degli studenti

del Nuovo Liceo Artistico

“Nani -Boccioni” di Verona,

in previsione della mostra che si terrà

nella primavera del 2018

 

 

 

sabato 11 novembre, pomeriggio

 

 

 

ore 14.15-15.15

LAURA CACCIA INTRODUCE

LE LETTURE DEI POETI

Doris Emilia Bragagnini, Fabrizio Bregoli,

Marilina Ciaco, Francesca Ippoliti,

Silvia Rosa, Roberto Valentini

*

ore 15,15-15.30

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA

Omaggio in memoriam a Pascal Gabellone

a cura di Ugo Fracassa

*

ore 15.30-16.40

RANIERI TETI INTRODUCE

LE LETTURE DEI POETI

Alessandro Assiri, Roberto Fassina, Paolo Ferrari,

Angela Greco, Michele Lamon, Raffaele Marone,

Alice Pareyson, Paola Parolin, Annarita Zacchi

*

ore 16.40-17.00

POESIA E FILOSOFIA: L’INTIMA CONTESA

Riflessioni di Susanna Mati

*

ore 17.00-18.10

FLAVIO ERMINI INTRODUCE

LE LETTURE DEI POETI

Gabriella Cinti, Aurelia Delfino,

Zara Finzi, Kiki Franceschi, Guido Garufi,

Gabriella Montanari, Fausta Squatriti,

Liliana Ugolini, Claudia Zironi

*

ore 18.10-18.25

Riflessioni di Massimo Scrignoli e Agostino Contò

sul lavoro di Roberto Sanesi

*

ore 18.25-18.40

DAVIDE CAMPI INTRODUCE

LE LETTURE DEI PROSATORI

Ettore Fobo, Attilio Marocchi

*

ore 18.40-19,00

LA POESIA CHE VERRÀ

Gli autori segnalati al Premio Lorenzo Montano

leggono il loro testo più recente

 

 

 

venerdì 17 novembre, mattino

 

 

 

ore 9.30-10.00

L’IMMAGINAZIONE È ALTROVE

Jana Balkan e Isabella Caserta

leggono testi di Jorge Luis Borges, Eraclito,

John Keats, Rainer Maria Rilke,

William Shakespeare, Elémire Zolla

*

ore 10.00-10.30

SOGGETTI DELL’IMMAGINAZIONE

Riflessioni di Lorenzo Gobbi

*

Ore 10.30-12.00

SOGGETTI DELL’IMMAGINAZIONE

Interventi creativi degli studenti

del Liceo delle Scienze Umane Montanari

e dell’Istituto Tecnico Commerciale

Lorgna-Pindemonte di Verona

 

 

 

sabato 18 novembre, mattino

 

 

 

ore 9.30-10.00

L’IMMAGINAZIONE È ALTROVE

Jana Balkan e Isabella Caserta

leggono testi di Paul Auster, James G. Ballard,

Walter Benjamin, Don DeLillo, Philip K. Dick,

Leonardo da Vinci, Michel Tournier

*

ore 10.00-10.30

LUOGHI DELL’IMMAGINAZIONE

Riflessioni di Gianluca Cuozzo

*

Ore 10.30-12.00

LUOGHI DELL’IMMAGINAZIONE

Interventi creativi degli studenti

del Liceo Scientifico Fracastoro di Verona

 

 

 

sabato 18 novembre, pomeriggio

 

 

 

ore 14,15-14.40

MARA CINI INTRODUCE

LE LETTURE DEI PROSATORI

Maria Pia Quintavalla, Ambra Simeone

*

ore 14.40-15.00

OLTRE LE APPARENZE

Riflessioni di Gianluca Cuozzo

*

ore 15.00-15.45

GIORGIO BONACINI INTRODUCE

LE LETTURE DEI POETI

Mauro Caselli, Vincenzo Lauria, Paola Nasti,

Chiara & Loredana Prete

*

ore 15.45-16.00

OMAGGIO A SILVANO MARTINI

A VENTICINQUE ANNI DALLA MORTE

Riflessioni di Agostino Contò.

Letture di Jana Balkan e Isabella Caserta

*

ore 16.00-16.15

ROSA PIERNO INTRODUCE

LE LETTURE DEI POETI

Nadia Agustoni, Maria Grazia Calandrone,

Alberto Mori

*

ore 16.15-17.00

MARCO FURIA INTRODUCE

LE LETTURE DEI POETI

Silvia Comoglio, Lia Cucconi, Franco Falasca,

Marco Mioli, Francesca Monnetti,

Massimo Rizza

*

ore 17.00-18.00

PREMIAZIONE DEI VINCITORI

Enzo Campi per “Raccolta inedita”

Laura Liberale per “Opera edita”

Maria Angela Bedini per “Una poesia inedita”

Federico Federici per “Una prosa inedita”

*

Il compositore Francesco Bellomi

dedicherà un originale brano musicale

a ciascuna delle opere vincitrici

*

ore 18.00-18.45

L’ULTIMA PAROLA

Gli autori finalisti e vincitori del Premio

Lorenzo Montano leggono il loro testo più recente

Bologna in Lettere – Premio letterario “Interferenze” – Sezione Opere Edite – Claudia Di Palma – Daniele Beghè

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Claudia Di Palma

Altissima miseria

SEZIONE A RACCOLTE EDITE

Premio speciale del presidente delle giurie

L’epigrafe, che cita Mariangela Gualtieri da Caino, la dice lunga sulla conformazione dei testi che compongono quest’opera. Anche se la dedica al manierismo gualteriano è, più che altro, confinata nella prima sezione del libro. E nel testo introduttivo troviamo un passaggio in cui la “cura di tutte le cose” viene definita “spietata”. Sono questi due tratti distintivi dell’opera: l’accostamento ad un certo di tipo di scrittura e l’urgenza di prendersi cura delle cose. Prendersi cura delle cose significa anche rendersi ospitale.

Cosa ospita Di Palma nella sua scrittura?

In primo luogo la differenza. A solo titolo d’occorrenza un passaggio oserei dire fulminante in tal senso: “… per dire / eccoci, per ospitare reciproche differenze”. Di Palma si prende cura della differenza e della reciprocità. Reciproco toccarsi, reciproco vedersi, reciproco sentirsi. A questo punto…

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Il banchetto di Rosaspina. Di virtù e maledizioni

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Due parole su “Il banchetto di Rosaspina. Di virtù e maledizioni”.

 

 

 

Uno spettacolo di e con Alessandra Gabriela Baldoni. E con: Giancarlo Sissa, Mario Sboarina, Martina Campi, Luna Marie. Presso Generativa, Via Alessandrini 11, Bologna, 16 settembre.

 

 

Al banchetto di Rosaspina il pubblico è invitato a prendere posto intorno a un tavolo imbandito e ornato di candele. La fanciulla della fiaba tradizionale, qui ripresa dalla celebre versione dei fratelli Grimm, rivolge verso i convitati gli occhi chiusi, abbandonata su una sedia nei suoi abiti sontuosi. Dietro di lei un intreccio di musica e versi anticipa l’atmosfera malinconica del castello immerso nella quiete. La poesia chiede silenzio e una lunghissima attesa. Il narratore-anima racconta la storia che tutti conosciamo, mentre le carte dei tarocchi mostrate ai presenti ne scandiscono i vari momenti investendoli di un carattere mistico-divinatorio. Tutto si compie così come sappiamo, ma nel momento in cui la principessa sprofonda nel sonno la fiaba trova un nuovo corso.
Il suo sguardo si apre sul sogno, ed è a questo punto che ha inizio il vero banchetto, il vero incontro tra noi e lei. Solo dialogando con la propria anima, incarnata sulla scena, Rosaspina potrà arrivare a una rinascita. Solo dopo aver conosciuto il buio potrà ritrovare la luce. Sprofonderà nelle oscure correnti del caos finché a condurla al risveglio non sarà il bacio di un principe bensì l’umiltà.
Gli autori di questa suggestiva rivisitazione sono partiti dal chiedersi che cosa accada nei cento anni di sonno e sogno di Rosaspina e per ricostruire il suo percorso onirico hanno studiato le più antiche origini della fiaba e attinto ai capisaldi poetici, filosofici e spirituali del Novecento. Tra le fonti di ispirazione sono presenti Etty Hillesum, Simone Weil, Cristina Campo, René Daumal ma a emergere con forza è soprattutto la lezione di Jung. Ad accompagnare Rosaspina nel suo viaggio sono infatti lo spirito del tempo e lo spirito del profondo, di cui si tratta nel Liber Novus, e l’anima, che per Jung rappresenta l’elemento inconscio, l’archetipo della vita stessa, l’interiorità contrapposta alla maschera. Riprendendo una metafora antichissima, l’anima viene qui identificata con un uccello e ad essa si arriva solo distaccandosi dalle cose esteriori, per mezzo del sapere del cuore, di cui il testo junghiano dice che si può raggiungere solo vivendo appieno la propria vita.
Lontana dalla figura stilizzata e passiva della fiaba, Rosaspina prende corpo intervenendo sul proprio destino. Sceglie di sfuggire alla solitudine dorata del castello salendo alla torre per pungersi all’arcolaio e nel sonno compie un percorso interiore non privo di conflitti che la porterà ad abbracciare la vita con pienezza, vincendo con l’umiltà il vincolo stesso rappresentato dalle proprie virtù. Reagisce così all’influsso degli astri (le dodici fate alludono tra l’altro ai segni dello zodiaco), alla predestinazione simboleggiata dai tarocchi e muove alla ricerca del proprio cielo, quello in cui la sua anima potrà librarsi.
Il pubblico è coinvolto sapientemente nella vicenda, grazie alla recitazione impeccabile degli attori, al fascino ipnotico del registro poetico che è stato scelto per il testo, alle trame sonore raffinate e rarefatte che punteggiano la rappresentazione. Attraverso Rosaspina è portato così a varcare la soglia che conduce dentro di sé, a intraprendere a sua volta un cammino che proseguirà anche dopo il riaccendersi delle luci nella sala (Francesca Del Moro)

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Enzo Campi – ex tra sistole (dieci sequenze per un poema irrisolvibile)

Scritture e altre officine

foto-cop-ex-tra-istole

disfusi per voce rattratta o

abrasi per gesto di ventre

sibilano o sibillano

tracotanti fonemi camuffati da

note stonate che raschiano che

raspano l’

esile struttura di una stele in-

cosciente chiodata al muro di

turno

Dieci sequenze per un poema irrisolvibile, dice il sottotitolo di questo libro. E’, fin da qui, la denuncia di un’aspirazione (e di una ispirazione) tesa alla realizzazione di una completezza organica, di una struttura (che la forma poema esemplifica); e la consapevolezza della difficoltà di attingere a qualcosa di concluso, sia in termini formali sia nel senso dell’esplorazione della materia poetata. Non è un limite, è – direi – una coscienza. In effetti niente impedisce a questo libro di superare sé stesso, la propria carta, il limes convenzionale di una pagina finale. Perfino chi legge lo sa, giungendo alla pagina sessantanove, che tra l’altro termina con un unico punto interrogativo, acuminato e ultimativo. E…

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