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Loredana Magazzeni

 

Volevo essere Jeanne Hébuterne

 

Dot.com Press – Le Voci della Luna – 2012

 

 

A cura di Elio Talon

Prefazione di Gabriella Mussetti

Postfazione di Marina Giovannelli

[…] Da subito l’autrice si pone la domanda fondante: quanto conta la scrittura per una donna? Quanto del proprio desiderio effettuale, fisico e spirituale, vi è investito? La risposta arriva con i   Tre haiku di donna che scrive, subito seguiti dai tre brevi testi di Corpo imperfetto che pongono a tema l’altro grande terreno di indagine di questo libro: oltre al rapporto tra parola e verità (la scrittura stessa), quello del corpo vivo, con tutte le sue affezioni e mutamenti. Bastano solo questi rapidi accenni a disvelare la ricca tramatura di questa raccolta poetica che collega e tiene insieme temi profondamente incistati nella vita, andandone a ricercare le radici nel tempo: nel passato, nell’infanzia e nel presente. Quando l’autrice scrive “Faccio le tende: monto, smonto, vado / non creo strutture indistruttibili / lancio ponti di liane amorose” rivela la consapevolezza di mettere in moto una ricerca urgente perché sentita come necessaria, e tuttavia centellinata nelle pagine del libro e nell’esperienza soggettiva, frutto di una lunga maturazione umana e di pensiero. Perché questa, a mio parere, è la vera novità, il lavoro significativo di questa raccolta poetica: aver dato luogo a un pensiero poetante che dialoga con i punti nevralgici della ricerca contemporanea in tema di scrittura delle donne, riverberati e raccolti in una storia personale e soggettiva.

(dalla prefazione di Gabriella Mussetti)

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Il “Canzoniere” di Loredana Magazzeni (poiché tale è “Tutte le forme dell’amore, ovvero Transonetti” la sua raccolta di sonetti che chiude il volume, corredata di Premessa interlocutoria, Prologo, Congedo e Postfazione), partecipa non per caso della più classica tradizione lirica italiana. Ma fin dal titolo qualcosa compromette l’ortodossia dell’operazione: è quel “trans” che, preposto a “sonetti” e a “sessuale”, destabilizza non tanto la comprensione quanto l’orientamento di chi legge. […] La forma si affida allo schema del sonetto, quasi a coprire un contenuto dirompente con una maschera di assoluta e rassicurante tradizione, anche se non ne segue scrupolosamente le regole canoniche. Così come il lessico rimane entro parametri aulici, ma è scosso da improvvisi sismi, quasi a significare che se la vicenda amorosa è per antonomasia senza tempo, qualcosa tuttavia la colloca nel qui e ora. È il caso di versi come “Ad inseguirla l’animo mio condanna / con rozzi mezzi, epistole ed email”, dove la vicinanza spaziale fra l’arcaico “epistole” e il tecnologico “email” apre un imprevedibile precipizio temporale, o come altri passaggi in cui si allude con discrezione a voci della cultura contemporanea: vedi ad esempio “liquido pensare”, “rotte meticce”, “passioni tristi”, per non parlare dei versi “nel gorgo del lavabo è già scomparsa / la mestruazione che tu abbandonasti”, nel Congedo, sconvolgenti non per chi legga oggi ma certo impensabili nell’ambito del petrarchismo e dintorni. Nell’insieme la tonalità risulta sfumata, sfuggono le circostanze e i luoghi della storia amorosa, ci si trova coinvolti in una trama che si fa sempre più precisa rispetto al tema “corpo” e sempre più enigmatica rispetto al tema “passione”. Il corpo è “transitante”, i corpi sono “trasalimenti”, “sconfinamenti dentro e in mezzo al genere”, e ancora: “fare e disfare il genere è una pratica / che ci fa umani in modo più totale”.

(dalla postfazione di Marina Giovannelli)

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Tentativi di seduzione della poetessa che invecchia

 

 

 

Volevo essere Jeanne Hébuterne,
posare per quei ritratti di donna dai lunghi colli
inseguire la notte nelle cantine di Montparnasse
alle costole dell’artista famoso e maledetto.

Volevo essere io l’eletta, l’amata del suo cuore,
la pluriritratta, l’intima amica, la divina
piccola Musa ispiratrice. Volevo
essere la mai delusa, che non resse

la morte improvvisa del suo amore,
non accettò di sopravvivere a un sogno,
di farsene una ragione. Jeanne Hébuterne, tu
la più amata, donna dal lungo collo e dalla calda
coscia levigata, Jeanne dagli occhi
di carbone o azzurri specchi d’acqua, avrei
voluto leggere le tue divine lettere a lui,
se solo avessi potuto, avessi saputo, sopravvivergli.

(dalla sezione Il martorio della bellezza)

***

Prendi una Bambina che non mangia.
Non le piace niente, non ha fame mai.
Prendi una Bambina che pensa
oggi non mangio, domani mangerò.
Poi la sera non trova niente che le piace.
e la Bambina dice mangerò domani, non fa niente.
Prendi una Bambina che mangia solo qualche volta
quando c’è quella sola cosa che le piace.
Prendi quella Bambina che non riesce a mangiare
carne di fagiano a casa della compagna ricca,
non riesce a mangiare Emmenthal.
A casa sua non ha mai mangiato fagiano.
A casa sua non ha mai mangiato Emmenthal.
A casa sua di fagiani ne alleva due suo padre,
ma solo per la bellezza. Per la bellezza
dei colori del fagiano maschio, per la modestia
dei colori della fagiana femmina, umile,
sottomessa, una vera donnina.
La Bambina ne ha abbastanza di amiche
più ricche di lei, hanno case più belle.
non hanno nonne che scatarrano dentro
i fazzoletti. Hanno case nobiliari, piene
d’argenti. La Bambina non ha niente,
neanche una camera sua, dorme con la nonna.
La Bambina è piena di fratelli che urlano,
giocano alla guerra. La Bambina non ha fame
mai. Per la mamma sono capricci. Non lo
mangiare il Parmigiano, non ti devo
viziare. Rimangia la pasta stasera, non me la
fare buttare. La Bambina ha nausea della pasta
riscaldata la sera. La Bambina vomita
la pasta riscaldata e la sua fame, dietro all’albero
di fico, nel pozzo. Ci sono le lucciole.

(dalla sezione La bambina o serie del colesterolo)

***

Signore delle strade insanguinate e delle madri antiche
che conservano memoria della costanza della specie,
re amoroso delle parole che mi battezzano con l’acqua,
fonte che al suo levarsi gronda un perduto amore.
Il mio dire parla la lingua riottosa dei penitenti,
il tuo ascoltare è assenza che ridiventa presenza,
festa dei vivi che nel suo fluire
arde riflessa nel mio specchio in fiamme.
Sei la voce della madre che canta la sonorità dei vuoti
e la danza degli echi che la gremiscono e fecondano.
Non ho parole per incoronarti, se non il tremito
del mio cuore-candela liberato dai ghiacci.

(dalla sezione Preghiere laiche)

***

IV
 
 
 
Donna fu lui. E ancora le stagioni
passavano diverse al suo sentire.
Poi di una antica, nobile cittade
conobbe i fasti e l’alma sua sostanza.

Di studi sempre e visioni riempiva
la mente sua aperta e illuminata.
Di donne amori colse in abbondanza
e tante volte amò e fu riamata.

Nella bella stagione di sua vita
puro un fiore sbocciò dal verde mirto:
il tronco prese forma di fanciullo

e ‘l labbro e ‘l viso suo e ‘l dolce riso
che un velo adombra di leggero pelo
furon del signore il paradiso.

***

XIII
 
 
 
Scopo è soltanto un più pieno sentire,
mio sciamano, mio sposo di sogno,
signore della compassione e del patire,
femmina e maschio, a dirmi il mio bisogno

di completezza e amore reincarnato,
ma tu non sei per me, tu sei uno solo,
signore di tua vita, plurale e solitario
che da sguardi indiscreti prendi il volo.

Sola rimasta, accetto me incompleta,
scorciata, condannata ad esser una
femmina e basta, la mente mi consuma.

E porti via con te il mio segreto
senza saper nel mio cuore decifrare
il nome tuo che è amor, senza sbagliare.

(dalla sezione Tutte le forme dell’amore – Transonetti)

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